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L’opera completa di Mauro Corona: dallo scrittore bestseller all’alpinista e volto noto della televisione

12 Agosto 2026 18 min de lecture Mis a jour 13 Agosto 2026
Questo articolo è stato generato da un'intelligenza artificiale e pubblicato senza una revisione umana approfondita.

In breve

  • Mauro Corona è una figura difficilmente separabile dai luoghi che racconta: Erto, il Vajont, il bosco, la roccia e una memoria comunitaria ferita.
  • La sua opera completa attraversa romanzi, racconti, favole, poesia, libri di riflessione e pagine dedicate all’arrampicata.
  • Lo stile alterna oralità, immagini aspre e invenzione fantastica: può essere molto coinvolgente, ma non è adatto a chi cerca una prosa levigata o storie urbane.
  • Lo scrittore bestseller conosciuto in televisione resta prima di tutto un narratore della montagna, con una voce spesso polemica, talvolta commovente, mai neutra.
  • Tra i titoli più utili per cominciare: Il volo della martora, Le voci del bosco, I fantasmi di pietra, La fine del mondo storto e Arrampicare.

Mauro Corona: vita, Vajont e radici di uno scrittore di montagna

Per capire i libri di Mauro Corona conviene partire da un rumore: quello della notte del 9 ottobre 1963, quando la frana del monte Toc precipitò nel bacino del Vajont e l’onda investì la valle, cancellando paesi e vite. Corona aveva tredici anni. Quel trauma non diventa soltanto materia biografica: entra nella sua lingua, nel modo in cui guarda le case abbandonate, gli anziani, gli animali e persino gli oggetti lasciati in una cucina vuota.

Nato il 9 agosto 1950 a Baselga di Piné, in Trentino, all’anagrafe Maurizio Corona, è cresciuto soprattutto a Erto, nel territorio friulano vicino alla diga. Scultore del legno, artigiano della pietra, alpinista e narratore, ha costruito un’immagine pubblica riconoscibile anche grazie alla televisione. Eppure ridurlo al personaggio televisivo dai modi ruvidi sarebbe un errore: i suoi libri arrivano da una pratica concreta, fatta di lavoro manuale, sentieri, boschi e memoria orale.

La sua letteratura italiana non racconta la montagna come cartolina. Non ci sono soltanto vette luminose, baite accoglienti o silenzi rassicuranti. C’è il freddo che mette alla prova, c’è la povertà, ci sono caccia, fatica, alcol, litigi e morti. La natura, nelle pagine di Corona, non è sempre buona: dà riparo e cibo, ma può travolgere, isolare, imporre una legge severa.

Un lettore come Paolo, abituato ai romanzi contemporanei ambientati in città, potrebbe avvicinarsi a Corona pensando di trovare un semplice elogio della vita rurale. Dopo poche pagine di Il volo della martora, capirebbe invece che il centro del libro è un mondo spezzato. I ventisei racconti riportano in vita uomini, donne, animali, legni e rocce di una valle segnata dal disastro; la tragedia non viene trattata come spettacolo, ma come ferita ancora presente nel paesaggio.

Questo è uno dei motivi per cui Corona ha un pubblico molto largo. Sa usare una lingua che sembra spesso nata davanti a un tavolo d’osteria o su una panca fuori casa: diretta, colorita, talvolta provocatoria. Dentro quella voce, però, affiorano immagini di grande precisione. Un tronco ferito da cui cola resina può diventare il modo per parlare di un ricordo che non smette di bruciare; un animale nel bosco può rivelare qualcosa che l’uomo civilizzato non vuole più vedere.

La sua esperienza di scalatore non è un dettaglio ornamentale. Le numerose vie aperte sulle Dolomiti friulane e le ascensioni compiute anche fuori dall’Italia hanno formato uno sguardo basato su equilibrio, rischio e responsabilità. Nell’avventura alpinistica Corona cerca la sfida, certo, ma non la posa eroica: nei libri l’errore pesa, la paura esiste e la vetta non cancella la fragilità di chi sale.

È utile ricordare anche la sua partecipazione al film Vajont di Renzo Martinelli, uscito nel 2001. Non è una curiosità da nota a margine: conferma quanto l’autore sia diventato, nel bene e nel male, una delle voci pubbliche associate a quella comunità. Nei suoi testi, tuttavia, il Vajont non serve a reclamare un ruolo. Serve a impedire che le persone inghiottite dalla storia diventino soltanto un numero.

Chi cerca una scrittura impeccabilmente sorvegliata, priva di ripetizioni e di impennate sentenziose, potrebbe trovare alcune pagine eccessive. Corona ama l’affondo, il giudizio netto, la frase che vuole restare impressa. Chi invece accetta una voce irregolare, legata alla tradizione del racconto orale, può trovare una materia umana molto viva. La sua montagna non chiede ammirazione: chiede di essere ascoltata.

Carnet d'écriture et plume sur une table en bois face à la montagne
Illustration générée par intelligence artificielle.

Opera completa di Mauro Corona: romanzi da leggere in ordine e per temi

Orientarsi nell’opera completa di Mauro Corona richiede un piccolo criterio, perché i suoi romanzi non formano una saga con protagonisti fissi. A unirli non è una trama continua, ma un territorio morale: la montagna come luogo fisico e come prova dell’esistenza. Tornano Erto, il bosco, il nonno custode di saperi antichi, il vecchio solitario, la donna capace di sopportare più degli uomini, il giovane che sceglie una strada sbagliata.

Le voci del bosco, apparso per la prima volta nel 1998 e poi riproposto da Mondadori, è uno dei punti d’accesso più naturali. Non è un romanzo d’azione nel senso comune del termine: è una camminata narrativa tra alberi, essenze, legni e incontri. Corona attribuisce a ogni pianta un carattere e una destinazione, come farebbe uno scultore che sa quale legno sia adatto a un volto, a un animale o a una figura sacra. È adatto a chi vuole entrare lentamente nel suo immaginario; meno a chi pretende una vicenda serrata.

Con L’ombra del bastone, pubblicato nel 2005, il meccanismo cambia. Un quaderno nero, aperto dal narratore con la punta di un temperino, spalanca storie di chi viveva sui monti di Erto prima di lui. Il libro lavora sulla trasmissione: un oggetto passa di mano, le voci del passato si riaccendono e l’identità personale si scopre fatta anche di esistenze precedenti. È una scelta adatta se ami i romanzi dove memoria e invenzione si mescolano senza che il confine venga spiegato troppo.

I fantasmi di pietra, del 2006, è forse il titolo più indicato per avvicinarsi al rapporto fra Corona e Vajont. L’autore percorre il vecchio paese, casa dopo casa, strada dopo strada. Le pareti invase dalle ortiche non sono scenografia: diventano archivio. Il libro contiene temi sensibili, perché affronta lutto, perdita e conseguenze collettive di una catastrofe. Non cerca la cronaca giudiziaria del disastro; cerca piuttosto ciò che resta quando un luogo è stato svuotato.

Titolo Anno di prima pubblicazione Per chi può funzionare Nucleo narrativo
Le voci del bosco 1998 Chi ama natura e osservazione Alberi, legni e caratteri del bosco
I fantasmi di pietra 2006 Chi vuole comprendere il legame con il Vajont Erto dopo la distruzione e la memoria degli abitanti
Storia di Neve 2008 Chi apprezza il fantastico cupo Una bambina prodigiosa e una leggenda di montagna
La fine del mondo storto 2010 Chi cerca una favola distopica Un mondo senza energia e il ritorno ai saperi antichi
Le altalene 2023 Chi preferisce un tono autobiografico Ricordi, luoghi e persone filtrati dal tempo

Storia di Neve del 2008 si muove invece in un territorio più visionario. La protagonista, nata nell’inverno del 1919, porta con sé un dono di guarigione e un’ombra inquietante, legata alla strega Melissa. Qui la natura non è osservata con realismo documentario: diventa fiaba scura, popolata da paure e poteri antichi. Se ti piacciono le leggende, è uno dei libri più originali; se preferisci il Corona memoriale, può essere un passaggio da rimandare.

Il romanzo che ha raggiunto molti lettori fuori dal pubblico abituale è La fine del mondo storto, vincitore del Premio Bancarella 2011. Immagina un pianeta rimasto all’improvviso senza petrolio, carbone ed elettricità, nel pieno dell’inverno. La domanda non è astratta: come si mangia, come ci si scalda, cosa resta quando la tecnica non risponde? Corona oppone alla dipendenza dalle comodità una sapienza contadina e montanara. Il limite del libro è anche la sua forza: l’idea è dichiarata, quasi esemplare, e non lascia molto spazio all’ambiguità.

Nei lavori più recenti, come Quattro stagioni per vivere del 2022 e Le cinque porte del 2023, il tema della trasmissione fra generazioni torna esplicito. Nel primo, Osvaldo ruba un camoscio per aiutare la madre e innesca una vicenda di minaccia e colpa. Nel secondo, un nonno accompagna i nipoti Igor e Neve attraverso i cicli dell’anno: è un libro pensato anche per lettori giovani, con i disegni di Matteo Corona.

Le altalene è invece più vicino a un monologo di memoria. Non va letto aspettandosi una trama tradizionale: procede per immagini, ritorni, persone e luoghi che riaffiorano. È il libro da scegliere se già conosci Corona e vuoi incontrare il narratore senza la mediazione di una grande avventura romanzesca. Da qui, il passo verso i racconti è breve: è proprio nella forma breve che la sua voce ha trovato la prima casa.

I racconti di Mauro Corona: il bosco, gli animali e la voce orale

Prima di essere uno scrittore bestseller da classifica, Mauro Corona è stato un autore di racconti. Questa forma gli somiglia: consente di entrare subito in una cucina fumosa, in un bosco prima dell’alba, in un ricordo ascoltato da un anziano. Non serve costruire un’architettura romanzesca ampia; bastano una figura, un animale, una battuta e un dettaglio materiale perché un’intera vita si affacci dalla pagina.

Il volo della martora, uscito nel 1997, merita il primo posto in un percorso di lettura. È la raccolta d’esordio e contiene già quasi tutto: il Vajont, la comunità montana, la durezza del lavoro, gli animali, l’ironia e una malinconia che non chiede compassione. Il disastro del 1963 è lo sfondo di una geografia umana perduta, non un espediente drammatico. Per chi arriva a Corona dalla televisione, può essere la sorpresa più netta: la voce pubblica lascia spazio a una scrittura ferma davanti al dolore.

In Finché il cuculo canta, del 1999, convivono uomini inquieti, scalate, incidenti e situazioni perfino comiche. Corona osserva chi non riesce a stare fermo: c’è chi “scala” la carriera e chi una parete, chi cerca il rischio per non ascoltare ciò che lo tormenta. Questa tensione tra serio e grottesco evita che i suoi racconti si trasformino in monumenti alla nostalgia.

Gocce di resina raccoglie episodi minimi, quelli che in molte famiglie restano fuori dai grandi archivi ma non dalla memoria. Il titolo dice bene la qualità del libro: la resina è una ferita dell’albero, ma conserva profumo e luce. Corona parte da aneddoti apparentemente piccoli per mostrare come un soprannome, una perdita o un gesto di aiuto possano accompagnare una persona per decenni.

Con Nel legno e nella pietra e Aspro e dolce, pubblicati nei primi anni Duemila, la sua lingua diventa più affollata. Passano boscaioli, bevitori, persone folli e generose, donne che tengono insieme case e famiglie, personaggi spinti verso la leggenda. Qui il lettore deve accettare un registro che può apparire ruvido e maschile, con immagini volutamente eccessive. Non tutto invecchia allo stesso modo, ed è giusto dirlo: alcune descrizioni oggi possono sembrare datate. Ma il libro conserva un’energia concreta, soprattutto quando la comicità spezza la retorica.

Mauro Corona e gli animali: non decorazione, ma presenza morale

Nei racconti di Corona, gli animali non sono un fondale tenero. In Cani, camosci, cuculi (e un corvo), del 2007, sono spesso loro a percepire prima degli uomini un cambiamento, una minaccia o un lutto. Il canto del cuculo in una stagione sbagliata diventa un segnale inquietante: il bosco possiede un linguaggio e gli esseri umani, distratti dalle proprie rivalità, lo capiscono tardi.

Questa scelta ha un valore preciso. Quando Corona racconta un cane che sonnecchia inquieto in una cucina o un camoscio osservato lungo un versante, invita il lettore a spostarsi da una posizione dominante. La natura non è lì per intrattenere l’uomo. L’uomo, semmai, deve imparare a non sentirsi padrone di ogni cosa.

Torneranno le quattro stagioni propone racconti accessibili anche ai più giovani e affronta bullismo, prepotenza, amicizia, lavoro manuale e rispetto per l’ambiente. È un buon titolo da condividere in famiglia, senza pensarlo però come un testo addomesticato: Corona mantiene il suo gusto per la morale tagliente. In Venti racconti allegri e uno triste, del 2012, prova a cercare la gioia, ma le storie felici nascono quasi sempre da una crepa: fallimenti, solitudini e persone vissute lontano dai riflettori.

Per chi desidera una scelta pratica, l’ordine può essere questo:

  1. Il volo della martora, per incontrare l’origine della voce narrativa.
  2. Gocce di resina, se cerchi ricordi brevi e intensi.
  3. Cani, camosci, cuculi (e un corvo), se vuoi il rapporto più forte fra uomini e animali.
  4. I misteri della montagna, se preferisci storie accessibili e immaginative.
  5. Il soffio del gallo forcello, per una lettura breve ma dura, sul passaggio di un’eredità da padre a figlio.

Il racconto, per Corona, non ha l’eleganza distante della pagina letteraria costruita a tavolino. Somiglia piuttosto a un legno inciso: può avere una scheggia, ma lascia il segno. Ed è proprio questa forma, rapida e ostinata, a condurre verso le favole e i libri destinati anche ai lettori più giovani.

Mauro Corona tra favole, poesia e saggi: i libri oltre il romanzo

Chi conosce Mauro Corona soltanto attraverso i romanzi rischia di perdere una parte importante della sua opera completa. Favole, poesie e saggi non sono titoli laterali: permettono di vedere come l’autore modifichi la stessa materia — boschi, paura, libertà, lavoro, memoria — secondo registri diversi. A volte semplifica per parlare ai giovani, altre volte si espone con maggiore durezza, senza nascondere contraddizioni personali.

Storie del bosco antico, pubblicato nel 2005, raccoglie quarantaquattro favole contemporanee. Il meccanismo è semplice e antico: gli animali parlano, agiscono, sbagliano, e riflettono i difetti degli esseri umani. Però non aspettarti la morbidezza di una fiaba consolatoria. La morale, quando arriva, può essere caustica. È un libro adatto a chi legge con bambini curiosi e non vuole consegnare loro racconti troppo zuccherati.

La casa dei sette ponti, uscito inizialmente per Feltrinelli nel 2012 e poi riproposto da Mondadori, segue un ricco industriale attirato da una costruzione misteriosa in una valle solitaria. Il contrasto tra ricchezza e sobrietà è evidente, persino programmatico. Eppure il libro funziona quando lascia che sia la casa, con le sue soglie e i suoi segreti, a parlare al protagonista. È una storia di passaggio: per comprendere qualcosa, bisogna accettare di perdere il controllo.

In Una lacrima color turchese, la sparizione delle statuine di Gesù Bambino dai presepi durante il Natale trasforma un paese di montagna in un luogo di sospetto e panico. Favola in bianco e nero prosegue su una strada analoga, più aspra, interrogando l’accettazione del diverso. Sono testi brevi, ma non innocui; possono essere letti dai ragazzi con un adulto disposto a parlare delle domande che aprono.

Poesia e riflessione: una voce meno televisiva, più esposta

La ballata della donna ertana, pubblicata nel 2011, porta al centro donne abituate ad affrontare lavoro, lutti e povertà senza atteggiamenti eroici. Il dialetto non è un colore locale messo in vetrina: dà consistenza a una lingua nata dal territorio. In queste poesie Corona riconosce una forza femminile che nei testi narrativi talvolta resta sullo sfondo, e lo fa con maggiore attenzione.

Nei saggi, invece, emerge l’autore che ragiona apertamente sul presente. La montagna, costruito come dialogo con giovani in un’osteria, insiste sull’idea di responsabilità verso il creato. Il rischio è una certa inclinazione alla sentenza, ma le pagine più riuscite nascono dai dettagli: il rispetto di un sentiero, l’uso non distruttivo del legno, la conoscenza dei tempi naturali.

Vajont: quelli del dopo affronta un terreno doloroso. Attraverso discussioni fra uomini dell’osteria Gallo Cedrone, il volume ragiona sul dopo della tragedia: responsabilità, risarcimenti, rabbia e comunità. Non sostituisce un libro storico-documentario sul Vajont; va letto come testimonianza narrativa e civile, complementare a studi più analitici e alla memoria pubblica delle vittime.

Confessioni ultime, uscito per Chiarelettere nel 2013, è una meditazione su vita, silenzio, libertà e natura. Qui Corona è meno interessato a raccontare una vicenda e più disposto a mettersi in discussione. Chi ama le pagine aforistiche e autobiografiche lo apprezzerà; chi cerca una struttura compatta potrebbe trovarlo dispersivo.

Un libro da trattare con particolare attenzione è Guida poco che devi bere, pubblicato nel 2023. Corona parte dalle proprie bevute passate per rivolgere ai giovani un avvertimento netto sull’alcol, definito una presenza subdola e seducente. Non è un manuale sanitario: è una testimonianza personale, utile proprio perché non trasforma l’eccesso in leggenda da osteria.

Con Il passo del vento, scritto con Matteo Righetto, e con Arrampicare del 2022, l’esperienza di montagna si fa riflessione sull’esistenza. La scalata viene raccontata come attenzione, solidarietà e conoscenza del limite. Sono i titoli più indicati se il tuo interesse principale è l’alpinista Corona e non soltanto il romanziere. Da questa pluralità di registri si arriva naturalmente alla sua presenza pubblica, spesso più rumorosa dei libri ma non sempre più significativa.

Mauro Corona in televisione e le nuove uscite: come leggere un autore controverso

La televisione ha reso Mauro Corona familiare anche a chi non frequenta librerie e festival. Le apparizioni come ospite nei programmi di Bianca Berlinguer hanno consolidato un personaggio immediatamente riconoscibile: barba lunga, linguaggio netto, battute abrasive, difesa ostinata di un’esistenza lontana dalle convenzioni. Questa esposizione ha portato lettori nuovi, ma ha anche creato un equivoco: pensare che i libri siano la semplice trascrizione delle sue uscite televisive.

Non è così. In video Corona privilegia il colpo rapido, la frase che divide e accende discussioni. Sulla pagina può rallentare, ascoltare un morto, fermarsi su un animale o su un pezzo di legno. Certo, la continuità esiste: anche nei libri ci sono giudizi drastici, nostalgia per un mondo contadino e insofferenza verso certe abitudini contemporanee. Ma il narratore è spesso più vulnerabile del personaggio pubblico.

Il lettore dovrebbe tenere insieme entrambe le cose, senza santificare né liquidare. Corona è un autore controverso, e non tutte le sue posizioni pubbliche o formulazioni possono incontrare consenso. Questo non obbliga a ignorare ciò che le opere fanno bene: custodire una memoria locale, rappresentare il rapporto tra esseri umani e ambiente, dare parola a figure marginali. Leggere con attenzione significa anche non trasformare l’ammirazione in adesione automatica.

Nel catalogo recente, I sentieri degli aghi di pino, pubblicato da Mondadori nel 2025, mette al centro due fratelli educati dal nonno al rispetto degli alberi. Da adulti prendono direzioni opposte: la sorella difende l’ambiente, il fratello trasforma la conoscenza del bosco in occasione di profitto. Il conflitto è esplicito, quasi da parabola ecologica, ma il tema è attuale: sapere riconoscere una pianta non garantisce di saperla rispettare.

L’edizione iniziale ha fatto discutere per l’assenza di alcune pagine, attribuita a un errore umano e poi corretta nelle ristampe. Per chi acquista il volume, vale la pena verificare di avere un’edizione completa: non per collezionismo ossessivo, ma perché in un romanzo breve anche una manciata di pagine può alterare il ritmo della vicenda.

Per settembre 2026 Bompiani annuncia Felice, un libro particolarmente intimo dedicato al fratello minore dell’autore, morto in Germania nel 1968 dopo essersi trasferito per cercare lavoro. La premessa narrativa immagina un incontro oltre la soglia della morte: Felice parla a Mauro e non gli risparmia rimproveri, verità, ricordi. Il punto non è l’aldilà come trovata fantastica, presente da tempo nella narrativa di Corona; è il tentativo di misurarsi con un’assenza familiare durata quasi sessant’anni.

Per chi ha letto Le altalene, Felice potrebbe rappresentare un passaggio ulteriore nel filone autobiografico e memoriale. Per chi non conosce affatto l’autore, invece, potrebbe essere un ingresso emotivamente intenso ma non necessariamente il più rappresentativo: meglio partire da Il volo della martora o Le voci del bosco, poi arrivare a questo confronto fraterno con maggiore consapevolezza.

La parabola di Corona dimostra che un autore può diventare volto noto senza perdere del tutto la propria materia originaria. Il rischio della fama è che il pubblico cerchi soltanto il personaggio; il guadagno della lettura è scoprire dietro quella figura un archivio di voci, paesi, animali e persone che non hanno mai avuto un microfono. È lì che l’opera continua a parlare con più forza.

Da quale libro iniziare a leggere Mauro Corona?

Per un primo incontro equilibrato, Il volo della martora è una scelta solida: contiene il Vajont, la comunità di montagna, gli animali e la forma del racconto in cui Corona è particolarmente efficace. Se preferisci una lettura più contemplativa, scegli Le voci del bosco.

Qual è il libro di Mauro Corona sul Vajont?

I fantasmi di pietra è il romanzo più direttamente legato a Erto e alle case rimaste dopo il disastro. Anche Il volo della martora e Vajont: quelli del dopo affrontano, con forme diverse, la memoria della tragedia del 9 ottobre 1963.

Mauro Corona scrive solo romanzi di montagna?

No. Pur avendo nella montagna e nella natura il suo nucleo più riconoscibile, ha pubblicato raccolte di racconti, favole, poesia, testi autobiografici, riflessioni civili e libri dedicati all’arrampicata.

Quale libro scegliere per conoscere Mauro Corona alpinista?

Arrampicare. Una storia di rocce, di sfide e d’amore è il titolo più adatto: raccoglie esperienze di scalata e ragiona sul rischio, sulla paura, sulla solidarietà e sul senso del limite.

Quando esce Felice di Mauro Corona?

Felice è annunciato da Bompiani per la metà di settembre 2026. Il libro affronta il ricordo del fratello Felice, morto giovane in Germania nel 1968, attraverso un dialogo narrativo con l’assenza e la memoria.