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Più di tre decenni di racconti: l’universo narrativo di Niccolò Ammaniti tra pulp e romanzi di formazione

9 Agosto 2026 20 min de lecture Mis a jour 10 Agosto 2026
Questo articolo è stato generato da un'intelligenza artificiale e pubblicato senza una revisione umana approfondita.

In breve

  • Niccolò Ammaniti attraversa più di trenta anni di letteratura italiana senza restare prigioniero di una sola formula: dagli eccessi pulp degli anni Novanta ai romanzi di formazione, fino alla distopia e al realismo psicologico.
  • I suoi racconti e romanzi hanno spesso al centro adolescenti, famiglie irregolari e adulti fragili, osservati con ferocia ma anche con una forma ostinata di pietà.
  • Nel 2026, con Il custode, torna una figura giovane costretta a misurarsi con un’eredità familiare opprimente: un tema antico nella sua scrittura, qui spostato in un borgo siciliano.
  • Il passaggio dalla pagina allo schermo non è un dettaglio laterale: film come Io non ho paura e serie come Anna e Il miracolo mostrano quanto il suo immaginario sia visivo, fisico e narrativamente mobile.
  • Chi cerca storie ordinate, consolatorie o personaggi sempre gradevoli potrebbe trovarsi a disagio. Chi invece accetta l’inquietudine troverà un universo narrativo pieno di ragazzi che resistono al disastro degli adulti.

Niccolò Ammaniti e la narrativa contemporanea: dagli esordi pulp a una voce riconoscibile

Ci sono scrittori che sembrano arrivare in libreria già confezionati, con una voce liscia e immediatamente riconoscibile. E poi ci sono autori che, libro dopo libro, si sporcano le mani con registri diversi, cambiano pelle, rischiano di perdere lettori e ne incontrano altri. Niccolò Ammaniti appartiene alla seconda specie: la sua scrittura non procede per rassicurazione, ma per scarti.

Il punto di partenza è la Roma degli anni Novanta, un momento in cui la narrativa contemporanea italiana cercava linguaggi capaci di restituire la violenza mediatica, la precarietà sentimentale e il cattivo gusto eretto a paesaggio morale. Nel 1994 esce Branchie, pubblicato inizialmente da Ediesse e poi ripreso da Einaudi Stile Libero nel 1997. Il protagonista Marco Donati è malato, appassionato di pesci, poco disposto a sottostare alle attese degli altri: parte da Roma e finisce in India dentro una storia sgangherata, piena di incontri improbabili e deviazioni.

Non è un esordio levigato. È un romanzo che procede per accumulo, con una vitalità quasi aggressiva e un gusto per l’assurdo che talvolta prende il sopravvento sull’emozione. Proprio qui, però, si intravede una qualità che Ammaniti conserverà: sa mettere un personaggio in una situazione estrema senza ridurlo a un simbolo. Marco non è “il malato terminale” da compatire; è un ragazzo pieno di contraddizioni, capace di provocare irritazione e vicinanza nello stesso momento.

Per chi oggi arriva a Branchie dopo aver letto Io non ho paura, l’impatto può essere straniante. Il romanzo è meno compatto, più febbrile, più legato alla sua stagione. Eppure vale la pena affrontarlo se vuoi capire da quale fame di storie nasce lo scrittore romano. Non è il titolo da cui iniziare se cerchi un Ammaniti maturo e controllato; è invece utile se ti interessa vedere una voce mentre cerca il proprio ritmo.

Un passaggio decisivo arriva con Gioventù cannibale, antologia curata da Daniele Brolli e pubblicata da Einaudi Stile Libero nel 1996. Nel 2026 ricorrono trent’anni da quel libro collettivo, spesso trattato come un’etichetta generazionale e qualche volta ricordato più per il suo nome che per i testi. Eppure il suo effetto sul panorama editoriale fu concreto: rese visibile una narrativa disposta a mescolare linguaggi cinematografici, cronaca nera, fumetto, televisione, horror e satira.

Ammaniti partecipa con Seratina, scritto insieme a Luisa Brancaccio. La notte di Emanuele, Aldo e Melania si muove tra droghe, sesso, armi e zoo romano, senza cercare alcuna nobiltà. È un racconto volutamente eccessivo, una corsa a perdifiato in cui i personaggi sembrano avere perso la capacità di distinguere desiderio, noia e distruzione. Oggi alcune pose di quella stagione possono apparire datate; sarebbe però ingiusto liquidare tutto come provocazione gratuita. Quei testi registravano una lingua e un immaginario che molti preferivano fingere di non vedere.

In Fango, raccolta uscita sempre nel 1996, il progetto si fa più netto. I sei racconti usano il pulp come un coltello: non per decorare la violenza, ma per incidere l’ipocrisia di vite marginali o rispettabili solo in superficie. L’ultimo capodanno dell’umanità, con la sua serie di feste destinate a precipitare, resta un buon esempio della capacità ammanitiana di trasformare un condominio e una notte di San Silvestro in una macchina grottesca.

Questi racconti non sono per tutti. Contengono violenza, linguaggio esplicito, crudeltà e una comicità nera che può risultare respingente. Se ti piace il noir sobrio o cerchi una lettura psicologica, meglio arrivarci dopo. Se invece vuoi comprendere quanto la letteratura italiana abbia saputo essere sfrontata, sporca e popolare senza diventare semplicemente commerciale, Fango resta una tappa necessaria.

La prima lezione di questo periodo è chiara: Ammaniti non cerca personaggi esemplari. Cerca persone colte nel punto in cui il controllo si incrina. Da qui partirà il passaggio successivo, quello più profondo e meno rumoroso, verso i ragazzi che imparano troppo presto quanto sono pericolosi gli adulti.

Bureau d'écrivain avec carnet manuscrit et machine à écrire
Illustration générée par intelligence artificielle.

Romanzi di formazione di Niccolò Ammaniti: bambini e adolescenti davanti al male

Quando Ammaniti mette al centro un bambino o un adolescente, la sua scrittura cambia passo. Non diventa innocente, e nemmeno indulgente: diventa più precisa. Lo scrittore ha spiegato che con i protagonisti giovani tende a essere più serio, mentre con gli adulti si concede una distanza ironica maggiore. Basta leggere Io non ho paura per capire quanto questa distinzione abbia conseguenze profonde.

Pubblicato nel 2001, Io non ho paura è ambientato nel 1978, nella campagna pugliese, sotto un sole che non dà tregua. Michele Amitrano ha nove anni e vive in un paese povero, dove le giornate sembrano fatte di bicicletta, giochi, polvere e campi. Poi, dentro una buca coperta da una lamiera, scopre Filippo: un bambino sequestrato, tenuto nascosto dagli adulti.

La forza del romanzo non sta nel mistero in sé. Il lettore capisce presto che la minaccia è reale; ciò che conta è il modo in cui Michele tenta di darle un nome. Da una parte ci sono le regole non scritte della famiglia e del paese, dall’altra un legame improvviso con un coetaneo imprigionato. Il romanzo di formazione nasce esattamente in questo strappo: crescere significa scoprire che le persone amate possono fare cose terribili.

Ammaniti non trasforma Michele in un piccolo eroe impeccabile. Il bambino ha paura, mente, esita, torna indietro. Ed è per questo che funziona. La sua ribellione non è quella di chi possiede risposte morali perfette, ma di chi conserva ancora un’idea elementare e ostinata di giustizia. Il Premio Viareggio vinto nel 2001 riconobbe anche questa limpidezza narrativa: una storia accessibile, ma mai semplificata.

Se cerchi altri percorsi centrati sui giovani, può essere utile affiancare questo romanzo a una selezione di libri indimenticabili con protagonisti giovani. Il confronto fa emergere una particolarità di Ammaniti: i suoi ragazzi non diventano adulti perché qualcuno li educa bene, ma perché la realtà li costringe a guardare oltre la recita dei grandi.

Da Ti prendo e ti porto via a Io e te: crescere senza istruzioni

Nel 1999, con Ti prendo e ti porto via, Ammaniti racconta un altro paesaggio umano, quello della provincia e delle sue gerarchie. Pietro e Gloria, Graziano e Flora: due coppie, due desideri di fuga, una violenza sociale che non resta sullo sfondo. La bocciatura scolastica di Pietro e il suo bisogno di vendetta non sono soltanto elementi di trama; descrivono un ragazzo che ha perso il posto che pensava di meritare.

Qui la crescita è meno lineare rispetto a Io non ho paura. Nessuno possiede una vera purezza da difendere, e i rapporti affettivi sono impastati di possesso, classe sociale, umiliazione. Il titolo, diventato anche il nome di una canzone di Vasco Rossi, porta dentro di sé una promessa romantica, ma il romanzo ne mostra il rovescio: prendere qualcuno e portarlo via non basta, se il mondo da cui si fugge continua a stare dentro i personaggi.

Io e te, pubblicato nel 2010, è invece più concentrato, quasi claustrofobico. Lorenzo, quattordicenne solitario, finge di partire per una settimana bianca e si nasconde nella cantina del palazzo. Il suo progetto di isolamento viene sconvolto dall’arrivo di Olivia, sorellastra più grande e dipendente dalle droghe. L’incontro non ha nulla di edificante: ci sono fastidio, vergogna, ferite familiari e corpi che non sanno come chiedere aiuto.

Va detto con chiarezza: il romanzo tocca il tema della dipendenza e non offre consolazioni facili. Non è il libro adatto se cerchi una storia adolescenziale luminosa o una relazione tra fratelli pacificata in modo artificiale. È però molto adatto a chi ama i romanzi brevi che sanno far crescere la tensione emotiva in uno spazio ristretto. La cantina diventa una zona franca, ma anche un luogo in cui non è più possibile fingere.

Il rapporto tra Lorenzo e Olivia merita di essere letto accanto alle molte forme narrative del legame fraterno, comprese le parole dedicate a fratelli e sorelle nella letteratura. In Ammaniti la fraternità raramente è un rifugio puro: è una lingua storta, fatta di rancore e protezione, in cui l’affetto appare quando nessuno sa chiamarlo per nome.

Questo è il filo che lega i suoi migliori romanzi di formazione: l’infanzia non è un paradiso perduto, ma un’età in cui si vede ancora con una crudezza che gli adulti hanno imparato a mascherare. E proprio quella crudezza apre la strada ai suoi padri imperfetti, alle famiglie spezzate e alle comunità che chiedono ai ragazzi di pagare il conto.

Famiglie, padri e periferie nell’universo narrativo di Ammaniti

Molte storie di Ammaniti iniziano dove una famiglia smette di essere un luogo protettivo. Non necessariamente perché manchi l’amore: spesso l’amore c’è, maldestro e feroce, ma non basta a fermare la miseria, l’alcol, la vergogna o la rabbia. È una differenza importante. Ridurre questi romanzi a cronache del degrado sarebbe comodo e sbagliato: dentro la brutalità, Ammaniti continua a cercare il punto in cui un legame resiste.

Come Dio comanda, pubblicato nel 2006 e vincitore del Premio Strega 2007, è forse il romanzo in cui questa tensione è più evidente. Siamo nel Nord-Est italiano, lontano dai campi assolati di Michele Amitrano. Rino Zena vive ai margini, è violento, alcolizzato, furioso contro un mondo che lo ha lasciato indietro. Suo figlio Cristiano gli vuole bene, lo teme e lo guarda come un ragazzo guarda un padre quando non ha alternative.

La relazione tra Rino e Cristiano non va assolutamente abbellita. Rino è un uomo che ferisce, che trascina il figlio nel proprio fallimento e immagina una rapina come soluzione alla povertà. Tuttavia il romanzo non lo tratta come una semplice caricatura del padre mostruoso. Nei gesti tra i due, nei tentativi scomposti di Rino di costruire un orgoglio per Cristiano, si avverte qualcosa di dolorosamente vero: l’affetto può esistere anche in chi non possiede gli strumenti per renderlo sicuro.

Accanto a loro ci sono Danilo, Quattro Formaggi e una periferia che non è solo scenografia. Il Nord-Est di Ammaniti è fatto di capannoni, isolamento, lavoro intermittente e rancore. Non è un’indagine sociologica, né pretende di esserlo; è una lente narrativa che mostra come la precarietà materiale possa deformare il modo in cui le persone si parlano, desiderano e si difendono.

Opera Legame familiare centrale Conflitto che lo mette alla prova Per chi può funzionare
Io non ho paura Michele e i genitori La scoperta del segreto degli adulti Chi ama tensione e romanzi di formazione
Come Dio comanda Rino e Cristiano Povertà, violenza, bisogno di riscatto Chi cerca narrativa sociale dura
Io e te Lorenzo e Olivia Solitudine, dipendenza, identità Chi preferisce romanzi brevi e intensi
Il custode Nilo, madre e zia Un segreto familiare trasformato in destino Chi vuole un nuovo racconto di formazione inquieto

Prima di Come Dio comanda, nel 1995, Ammaniti aveva scritto con il padre Massimo Nel nome del figlio – L’adolescenza raccontata da un padre e da un figlio. È un libro ibrido, tra pagine saggistiche e narrative, nato da un confronto personale tutt’altro che astratto. La presenza di un padre psicoanalista avrebbe potuto trasformarsi in una patente interpretativa ingombrante; invece è più interessante notare come, nei romanzi, Ammaniti eviti spiegazioni cliniche troppo ordinate.

I suoi padri non sono casi da manuale. Sono uomini che spesso confondono la forza con l’aggressione, il possesso con la cura, la sopravvivenza con il diritto di schiacciare gli altri. Rino Zena è il caso più estremo, ma lo schema riaffiora in altre opere. Anche quando il genitore non è fisicamente al centro della scena, la sua ombra stabilisce le regole del gioco.

In Il custode, arrivato in libreria nel 2026 per Einaudi Stile Libero, la famiglia assume una forma quasi mitica e claustrofobica. Nilo ha tredici anni, vive a Triscina con la madre e la zia e cresce accanto a un segreto che tutti chiamano “la cosa nel bagno”. Non è soltanto un elemento da horror domestico: è il simbolo di una consegna che si trasmette, di un compito che imprigiona chi dovrebbe limitarsi a vivere.

L’arrivo di Arianna e della figlia Saskia mette in crisi quell’equilibrio malato. Nilo incontra l’amore, o almeno la sua prima forma febbrile e assoluta, e deve decidere se continuare a custodire ciò che la famiglia gli ha affidato. Il romanzo parla di ereditarietà senza usare toni didascalici: ciò che si riceve dai propri cari può essere un nome, un gesto, una colpa o una stanza chiusa che nessuno osa aprire.

È qui che Ammaniti mostra la parte più empatica del suo sguardo. Non assolve gli adulti, ma non trasforma i figli in giudici onnipotenti. Li lascia dentro il conflitto, con una domanda che torna in forme diverse: quanto di ciò che abbiamo ricevuto siamo davvero obbligati a conservare? La risposta, nelle sue pagine, non è mai comoda.

Dal grottesco alla distopia: racconti, satira e paure collettive di Niccolò Ammaniti

Se i bambini di Ammaniti prendono sul serio il mondo, gli adulti possono diventare materia da commedia nera. È una distinzione utile per entrare in Che la festa cominci, romanzo del 2009 costruito come una festa mostruosa tra lusso esibito, animali esotici, personaggi dello spettacolo e vanità senza freni. Fabrizio Ciba, scrittore in crisi, si ritrova in un ambiente dove la ricchezza non produce eleganza, ma una specie di delirio collettivo.

Il tono recupera qualcosa del primo Ammaniti: l’esagerazione, i colpi di scena, il piacere di mettere insieme figure grottesche fino a farle esplodere. Tuttavia non è una semplice replica di Fango. Qui la violenza è spesso incorporata nella satira della visibilità e del privilegio. Il bersaglio non è soltanto la mondanità romana, ma il desiderio di essere ammessi a qualunque costo nella festa degli altri.

Per chi ama la prosa sobria e i romanzi concentrati sui rapporti intimi, Che la festa cominci può risultare sovraccarico. I personaggi vengono talvolta spinti verso la caricatura, e la macchina narrativa non lascia sempre spazio alla profondità. Ma se hai voglia di una lettura cattiva, teatrale e deliberatamente sopra le righe, la sua energia resta contagiosa. È il lato di Ammaniti che ride mentre mostra un abisso, senza pretendere che quella risata sia elegante.

La forma breve torna con Il momento è delicato, raccolta del 2012 composta da sedici testi, due scritti insieme ad Antonio Manzini. Il titolo sembra trattenere una frase da corridoio, una formula diplomatica usata per preparare una cattiva notizia. Ed è proprio questa l’aria che si respira: basta un’ipotesi assurda, un dettaglio fuori posto, una crepa nella normalità perché la vita quotidiana deragli.

Nei racconti Ammaniti può permettersi una libertà che il romanzo non sempre concede. Cambia tono, accelera, abbandona un personaggio prima di spiegargli tutto. È una raccolta adatta a chi vuole vedere il laboratorio dell’autore, non a chi desidera un’unica vicenda avvolgente. I lettori che amano entrare e uscire da storie diverse, anche imperfette ma vivaci, ne ricaveranno parecchio; chi cerca continuità emotiva farebbe meglio a scegliere un romanzo.

Con Anna, pubblicato nel 2015, l’universo narrativo si sposta nella distopia. Un virus ha sterminato gli adulti e la Sicilia è diventata un territorio in cui bambini e adolescenti devono inventare regole di sopravvivenza. Anna cerca il fratellino Astor in un paesaggio abbandonato, attraversando fame, bande, solitudine e riti nati dal bisogno di dare un senso alla paura.

Letto dopo gli anni della pandemia, Anna ha inevitabilmente acquistato risonanze nuove. Non perché abbia previsto eventi reali, e sarebbe sciocco attribuire alla narrativa poteri profetici, ma perché conosce bene la domanda che un’emergenza solleva: che cosa resta delle relazioni quando la struttura adulta che le garantiva è crollata? Nel romanzo, i bambini imitano i grandi e al tempo stesso ne subiscono l’assenza.

La distopia permette ad Ammaniti di riprendere il nucleo dei suoi romanzi di formazione e portarlo all’estremo. Michele di Io non ho paura scopre il male nascosto sotto la terra; Anna vive in un mondo in cui non c’è più nessuno che possa fingere di controllarlo. Nonostante il paesaggio apocalittico, il romanzo non rinuncia ai bisogni minuti: un fratello da ritrovare, una promessa, una canzone, un gesto di protezione.

Il rapporto tra pulp e distopia, dunque, non è una successione casuale di generi. In entrambi i casi Ammaniti costruisce situazioni-limite per osservare come reagiscono le persone. Nel pulp il limite è spesso spettacolare e deformato; nella distopia diventa quotidiano. Cambia il contenitore, resta la domanda: quando tutto cede, quale parte di noi continua a cercare un’altra persona?

Questa capacità di pensare per immagini e per corpi spiega il passaggio naturale alle trasposizioni. Prima, però, vale una precisazione: il cinema e la televisione non hanno semplicemente “illustrato” i suoi libri. Hanno selezionato, spostato e talvolta corretto il tiro, offrendo a quelle storie una vita diversa.

Niccolò Ammaniti tra cinema e serie tv: quando la scrittura cambia formato

Parlare di Ammaniti limitandosi ai romanzi significherebbe lasciare fuori una parte importante del suo percorso. La sua narrativa ha sempre posseduto qualcosa di cinematografico: scene nette, ambienti forti, corpi esposti, dialoghi che non spiegano tutto. Non sorprende quindi che molte opere abbiano incontrato lo schermo, con risultati molto diversi tra loro.

Il primo passaggio è L’ultimo capodanno, film del 1998 diretto da Marco Risi e ispirato al racconto quasi omonimo contenuto in Fango. La struttura a episodi e il tono grottesco sono coerenti con l’originale: una notte di San Silvestro, una galleria di personaggi, il disastro che avanza. Nel cast compaiono, tra gli altri, Monica Bellucci, Claudio Santamaria, Marco Giallini e Iva Zanicchi. È un film che conserva l’eccesso della pagina, senza cercare di renderlo rispettabile.

Nel 1999 arriva anche l’adattamento di Branchie, diretto da Francesco Ranieri Martinotti e interpretato da Gianluca Grignani nel ruolo di Marco. L’accoglienza fu tiepida, e non è difficile capire il motivo: il romanzo possiede una libertà erratica che il film fatica a trattenere. È un caso utile, però, perché ricorda che non ogni storia fortemente visiva si traduce automaticamente in buon cinema.

La vera svolta è Io non ho paura di Gabriele Salvatores, uscito nel 2003. Ammaniti firma la sceneggiatura con Francesca Marciano, mentre Salvatores restituisce il paesaggio meridionale come una distesa abbagliante e minacciosa. Il film ottiene riconoscimenti ai David di Donatello, tra cui quello per la fotografia e il David Giovani, oltre al Nastro d’argento per la regia.

Qui l’adattamento riesce perché non tenta di spiegare ogni pensiero di Michele. Lascia che siano la luce, il grano alto, la bicicletta, il silenzio degli adulti a costruire l’angoscia. Se hai già letto il romanzo, il film non lo sostituisce: ne evidenzia un’altra temperatura, più fisica e paesaggistica. Se invece vuoi arrivare alla pagina dopo lo schermo, può essere una buona porta d’ingresso, purché tu sappia che il libro conserva più spazio per la paura interiore del bambino.

Salvatores torna su Ammaniti con Come Dio comanda nel 2008, concentrando l’attenzione sul rapporto tra Rino e Cristiano. Bernardo Bertolucci porta invece al cinema Io e te, presentato fuori concorso al Festival di Cannes nel 2012. La cantina del romanzo diventa uno spazio ancora più teatrale, dove Jacopo Olmo Antinori e Tea Falco reggono una relazione fatta di attrito e bisogno.

Ammaniti non resta però soltanto sceneggiatore dei propri libri. Con The Good Life, documentario dedicato a tre italiani in India, sperimenta la regia. E nel 2018 crea e dirige Il miracolo, serie in otto episodi costruita intorno a una statuetta della Madonna che sanguina dagli occhi. La premessa potrebbe facilmente scivolare nel sensazionalismo; la serie, invece, usa il prodigio per mettere alla prova un primo ministro, un prete, una madre e un militare.

Il sangue non è la risposta, ma la domanda. Che cosa fai quando un evento apparentemente impossibile entra nella tua vita? Lo neghi, lo sfrutti, lo veneri, lo temi? Il miracolo allarga il campo di Ammaniti verso la serialità, mantenendo un’attenzione forte per il dubbio morale e per il peso delle immagini.

Con la miniserie Anna, trasmessa nel 2021, l’autore torna alla propria distopia e lavora direttamente sulla fragilità dell’infanzia. La giovane protagonista non deve “recitare” un’idea adulta di dolore: deve muoversi nel gioco, nella fame, nella paura, nella capacità infantile di creare regole. È un punto decisivo della sua poetica anche audiovisiva: i bambini non sono accessori emotivi, ma osservatori spietati di un mondo che gli adulti hanno lasciato in rovina.

Per chi desidera approfondire la sua posizione dentro la letteratura italiana recente, una raccolta di recensioni di narrativa italiana può aiutare a collocare Ammaniti accanto ad autori molto diversi per lingua e visione. Non serve trasformarlo in un monumento: basta riconoscere che ha saputo parlare a lettori differenti, cambiando formato senza rinunciare alla propria inquietudine.

La pagina, il cinema e la serie tv si incontrano qui: nelle storie di chi è costretto a crescere mentre gli altri perdono il controllo. È una materia scomoda, ma Ammaniti continua a renderla leggibile perché non smette di cercare, anche nel disastro, la piccola ostinazione di un legame.

Da quale libro di Niccolò Ammaniti conviene iniziare?

Per molti lettori il punto di ingresso migliore è Io non ho paura: ha una trama tesa, un protagonista memorabile e una lingua limpida. Se preferisci il grottesco e la satira, prova invece Che la festa cominci; se cerchi una storia più breve e intima, Io e te è una scelta adatta.

Quali temi sensibili compaiono nei romanzi di Ammaniti?

Nelle sue opere ricorrono violenza, abuso, povertà, dipendenze, malattia, criminalità e isolamento familiare. Nei primi racconti e in Fango il tono può essere particolarmente esplicito; nei romanzi di formazione il tema viene spesso affrontato dal punto di vista di bambini e adolescenti.

Il custode di Niccolò Ammaniti di cosa parla?

Pubblicato nel 2026 da Einaudi Stile Libero, Il custode racconta Nilo, tredicenne che vive in un borgo siciliano con madre e zia, legato a un segreto familiare chiamato “la cosa nel bagno”. L’incontro con Arianna e Saskia mette in crisi il suo ruolo di custode e prigioniero di un’eredità inquietante.

Quali adattamenti audiovisivi di Ammaniti meritano attenzione?

Io non ho paura di Gabriele Salvatores è il film più consigliabile per iniziare, grazie alla forza del paesaggio e alla fedeltà emotiva al romanzo. Per la televisione, Anna riprende la distopia del libro del 2015, mentre Il miracolo è una serie originale ideata e diretta da Ammaniti.