In breve
- Le parole considerate dimenticate non sono reperti immobili: raccontano abitudini, libri, dialetti e immagini del passato.
- Bislacco, sacripante, sagittabondo, sgarzigliona e smargiasso hanno origini molto diverse e significati più precisi dei loro sostituti moderni.
- Un termine antico non va infilato in una frase per fare scena: torna utile quando aggiunge una sfumatura che l’italiano corrente perde.
- Romanzi, giornali, conversazioni e letture ad alta voce sono luoghi concreti in cui questo lessico può rientrare in circolo.
- Rispolverare parole quasi obsolete significa allargare il modo in cui si osservano persone, caratteri e situazioni.
Parole italiane quasi dimenticate: perché il lessico cambia nel tempo
Una parola non sparisce davvero nel momento in cui smette di passare di bocca in bocca. Spesso resta nei dizionari, nelle pagine di un romanzo, in un’espressione sentita da una nonna o in un dialogo teatrale che sembra provenire da un’altra stanza del tempo. Il suo posto nel lessico, però, cambia: da voce quotidiana diventa scelta letteraria, scherzo affettuoso, citazione o curiosità da riscoprire.
L’italiano è una lingua relativamente giovane nella sua forma nazionale e insieme antichissima nelle radici. È cresciuto attraverso i dialetti, il latino, le lingue dei commerci, le dominazioni, i giornali, la scuola e poi la televisione. Oggi è modellato anche dai messaggi rapidi, dal lavoro digitale e da parole importate senza troppi riguardi. Non c’è nulla di scandaloso: una lingua viva si muove, sceglie, perde e accoglie.
Nel 2020, per esempio, l’Accademia della Crusca ha registrato tra le parole nuove termini quali “domotizzazione” e “poliamore”. Il fatto non significa che siano comparsi dal nulla in quell’anno: indica piuttosto che il loro uso aveva raggiunto una rilevanza sufficiente per essere osservato e descritto. Ogni epoca produce il vocabolario che le serve. Se cambiano le case, le relazioni, i mestieri e gli strumenti, cambiano anche le parole con cui li nominiamo.
Allo stesso modo, molte voci diventano rare perché descrivevano pratiche ormai marginali o perché vengono sostituite da sinonimi più immediati. “Smargiasso”, per esempio, cede facilmente il posto a “fanfarone”, “gradasso” o perfino all’inglese “poser”, a seconda dell’età e del contesto. Eppure nessuno di questi termini coincide perfettamente con l’altro: ognuno porta con sé un tono, una postura, una piccola scena.
Immagina Marta, che entra in una libreria di quartiere cercando un romanzo ambientato nella provincia italiana del Novecento. Sfoglia le prime pagine e trova una figura definita “bislacca”. Se conosce soltanto “strana”, capisce l’idea generale; se avverte il colore di “bislacco”, vede già un personaggio un po’ storto, imprevedibile, forse buffo e non necessariamente inquietante. È una differenza minuta, ma nella narrativa le differenze minute sono spesso quelle che rendono una persona credibile.
Non tutto ciò che è arcaico è da riportare in salotto
C’è un equivoco da evitare: salvare una voce dal dimenticatoio non vuol dire trattarla come un ninnolo prezioso da esibire. Un vocabolo arcaico può risultare forzato in una chat, in una richiesta di lavoro o in una conversazione dove tutti cercano chiarezza. Dire “sagittabondo” a qualcuno incontrato cinque minuti prima può produrre un silenzio imbarazzato, non un incantesimo.
Il punto è un altro: possedere una parola permette di riconoscerla quando appare e di usarla nel posto giusto. Chi legge narrativa storica, poesia o saggistica scopre presto che non serve parlare come un personaggio di Ariosto per godere della precisione di certi vocaboli. Serve ascoltare il loro ritmo e capire quale sfumatura custodiscono.
Le cinque parole qui raccolte non hanno tutte lo stesso grado di rarità. Alcune resistono in aree specifiche o in certi registri; altre vivono soprattutto sulla pagina. Proprio questa differenza è interessante: il passato non è una stanza chiusa, ma una presenza irregolare che riappare nei modi più inattesi, magari in una battuta, in una canzone o nel soprannome dato a un amico.
Quando una parola viene giudicata obsoleta, dunque, vale la pena chiedersi: obsoleta per chi? Per un adolescente di Milano, per un lettore di gialli, per una famiglia veneta, per chi frequenta il teatro? La risposta raramente è identica. Le parole hanno geografie e biografie, non soltanto definizioni.
Da qui conviene partire: non dalla nostalgia di un italiano immobile, ma dalla curiosità per le sue riserve nascoste. La prima porta conduce a un aggettivo dal suono vivace, arrivato alla lingua nazionale passando da una frontiera linguistica precisa.

Bislacco: la parola italiana per ciò che è strano senza essere soltanto strano
Bislacco è una di quelle parole che sembrano già raccontare qualcosa con il suono. Ha un movimento irregolare, quasi una piccola deviazione nella pronuncia, e infatti designa una persona, un’idea o un comportamento singolare, eccentrico, fuori asse. Non coincide sempre con “folle”, né con “assurdo”: può contenere ironia, simpatia e perfino una certa tenerezza.
La sua storia viene ricondotta all’area veneta e, più indietro, a contatti con lo sloveno. È stata associata a bezjak, voce riferita a una persona sciocca o strana. Le etimologie popolari, soprattutto quando viaggiano tra zone di confine, vanno maneggiate con cura; ciò che conta per chi legge oggi è che il termine conserva una traccia geografica. In Veneto e in parte del Nord-Est, “bislacco” non suona affatto come un fossile da museo.
Nel resto d’Italia, invece, può avere il sapore di un italiano leggermente antico o letterario. Ed è un bene: una parola non deve essere neutra per essere utile. Se un personaggio porta in tavola una zuppa di mele e senape, parla con i piccioni e colleziona ricevute del tram, definirlo “strano” è corretto ma generico. Chiamarlo “bislacco” aggiunge una luce meno severa. Non lo condanna: lo mette a fuoco.
Quando usare bislacco senza sembrare in maschera
La scelta migliore è usarlo per descrivere una deviazione riconoscibile dalla norma, non per liquidare una persona che non si capisce. “Un vicino bislacco” può essere un uomo che annaffia le piante con un ombrello rotto o che saluta tutti con formule elaborate. “Un’idea bislacca” può essere la proposta di leggere ad alta voce un romanzo giallo durante una cena, purché il contesto la renda davvero stravagante.
È meno adatto quando il giudizio deve essere serio. Un comportamento offensivo, pericoloso o manipolatorio non diventa “bislacco” solo perché si vuole alleggerire il tono. Qui il linguaggio conta: la parola porta con sé una punta di gioco, e il gioco non deve cancellare ciò che merita un nome più netto.
| Parola | Sfumatura principale | Esempio naturale | Sostituto meno preciso |
|---|---|---|---|
| Bislacco | Strano, eccentrico, spesso con ironia | “Il suo metodo per ordinare i libri è bislacco, ma funziona.” | Strano |
| Sacripante | Figura imponente o uomo robusto, spesso scherzoso | “È arrivato quel sacripante di tuo cugino.” | Gigante |
| Sagittabondo | Capace di lanciare sguardi seduttivi | “Aveva un sorriso sagittabondo.” | Ammiccante |
| Sgarzigliona | Donna formosa e appariscente, voce datata | “Il termine oggi richiede cautela.” | Procace |
| Smargiasso | Chi si vanta senza prove | “Prometteva molto, da vero smargiasso.” | Fanfarone |
La lettura è un buon laboratorio per intercettare termini simili senza trasformarli in esercizi scolastici. Nei racconti di provincia, nella commedia, nelle memorie familiari, le parole regionali o semi-regionali danno corpo ai personaggi meglio di molte lunghe descrizioni. Chi ama inseguire i luoghi attraverso i libri può trovare altri percorsi nella selezione di libri di viaggio e avventure, dove i paesaggi cambiano spesso anche il modo di parlare.
Bislacco funziona quando illumina una stranezza concreta e non quando diventa una posa. Il suo valore sta proprio lì: lascia alla persona descritta una dignità che “ridicolo” o “matto” possono togliere con troppa facilità.
Sacripante: dalla letteratura cavalleresca all’ironia quotidiana
Sacripante non nasce nei bar, nei cortili o nei social: viene dalla grande macchina dell’immaginario cavalleresco. È il nome di un re dei Circassi nell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, composto tra Quattrocento e inizio Cinquecento, e ritorna nell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Sulla pagina è un sovrano guerriero, possente e fiero, parte di un mondo in cui battaglie, magie e amori si inseguono senza chiedere permesso alla realtà.
Con il passare dei secoli, come accade a molti nomi propri memorabili, “Sacripante” ha abbandonato in parte il suo proprietario originario. È diventato un sostantivo comune, usato per indicare un uomo grande, forte, dall’aria imponente. Spesso, però, l’uso moderno abbassa volutamente il tono eroico. Una zia può chiamare sacripante il nipote ventenne che divora due piatti di lasagne; un amico può usare la parola per prendere bonariamente in giro il compagno di squadra più alto.
Qui si vede bene il lavoro della tradizione. Un nome nato nella letteratura alta entra nel parlato, si accorcia, si scalda, perfino si fa domestico. Non bisogna però immaginare una continuità perfetta: oggi molte persone incontrano “sacripante” prima in un cruciverba o in una battuta che nei poemi cavallereschi. Il collegamento con Boiardo e Ariosto resta un bellissimo dettaglio, ma non è necessario per afferrare il tono della parola.
Un termine grande, ma non sempre solenne
La forza di “sacripante” sta nel contrasto tra la sua origine altisonante e la situazione ordinaria in cui può essere usato. “Quel sacripante ha spostato il divano da solo” contiene un’ammirazione giocosa. Dire “quell’uomo è grande” offre un’informazione; dire “quel sacripante” apre una piccola scena, fa sentire una voce, suggerisce una relazione tra chi parla e chi viene nominato.
È bene non usare il termine come etichetta per chiunque sia fisicamente robusto. Il tono, infatti, può essere confidenziale e rischia di risultare fuori posto se rivolto a uno sconosciuto. Come molte parole provenienti da un italiano meno contemporaneo, ha bisogno di un contesto in cui l’ironia sia condivisa. La lingua non è solo un dizionario: è anche distanza, intenzione, fiducia.
Nel leggere Ariosto, questa metamorfosi lessicale diventa ancora più evidente. L’epica cavalleresca può spaventare chi teme versi lunghi, genealogie e duelli senza fine. Eppure, affrontata a piccoli tratti o ascoltata ad alta voce, mostra una vivacità sorprendente. Non è una lettura per chi cerca una trama lineare e rapida; è per chi vuole vedere come le parole costruiscono movimento, desiderio e meraviglia.
Le librerie indipendenti custodiscono bene questi passaggi tra classico e presente. Non perché ogni testo antico debba essere imposto a tutti, ma perché un lettore di fantasy, di fumetti o di romanzi d’avventura può trovare nell’Orlando furioso un’energia meno distante di quanto immagini. Le storie di chi cerca scaffali capaci di creare simili incontri sono al centro di questa pagina dedicata agli amanti dei libri ad Arezzo.
“Sacripante” insegna che il patrimonio letterario non vive soltanto nelle note a piè di pagina. A volte ricompare in cucina, davanti a un divano da spostare, e conserva abbastanza del suo antico vigore da far sorridere.
Sagittabondo: una parola rara per gli sguardi che colpiscono
Tra le cinque parole, sagittabondo è forse la più vistosa e la più difficile da usare con naturalezza. Deriva dall’idea della freccia, dal latino sagitta e dal verbo legato al colpire o lanciare dardi. Indica chi sa scagliare sguardi seduttivi, occhi capaci di colpire come saette. È una parola costruita per un mondo in cui lo sguardo non è solo un dettaglio psicologico: è un’azione, quasi un’arma gentile.
Per lungo tempo la sua presenza è stata rarissima e legata anche all’Hypnerotomachia Poliphili, straordinario testo rinascimentale attribuito a Francesco Colonna e pubblicato nel 1499. Basta sfogliare qualche pagina, anche in edizione commentata, per capire perché certe parole siano nate lì: è un’opera di immagini lussureggianti, architetture, corpi, simboli e invenzioni linguistiche. Non chiede al lettore fretta. Chiede disponibilità a perdersi.
Negli anni più recenti “sagittabondo” è riaffiorato in articoli, trasmissioni radiofoniche e titoli ammiccanti. Questo non vuol dire che sia tornato di uso comune. Vuol dire che possiede una qualità utile ai media: è insolito, sonoro, immediatamente figurativo. Proprio per questo va dosato. Se lo si adopera ogni volta che qualcuno guarda un’altra persona con interesse, presto diventa un ornamento stanco.
La seduzione della parola e il rischio della caricatura
“Uno sguardo sagittabondo” può essere perfetto in un racconto, in una recensione di cinema o in un profilo letterario. Funziona quando il contesto è consapevolmente elegante, ironico o teatrale. In una descrizione realistica, invece, potrebbe suonare come una battuta non richiesta. La differenza la fa la frase che lo ospita.
Si pensi a due versioni della stessa scena. “Al tavolo accanto, Luca lanciava occhiate insistenti” è chiara e non lascia equivoci. “Al tavolo accanto, Luca sfoderava uno sguardo sagittabondo” ha un tono più giocoso, forse più critico: suggerisce che Luca stia recitando una parte, non soltanto provando attrazione. La parola non aggiunge soltanto bellezza; cambia l’atteggiamento del narratore.
È importante anche non trasformarla in un modo elegante per ignorare il consenso o rendere romantica l’insistenza. Uno sguardo può essere ricambiato, imbarazzante o indesiderato: nessun vocabolo raffinato modifica la sostanza di una situazione. Nei romanzi contemporanei migliori, il linguaggio dell’attrazione è interessante proprio quando lascia spazio alla reciprocità, alla risposta dell’altra persona, al suo silenzio o al suo rifiuto.
Un lettore attratto da queste stratificazioni può alternare narrativa e saggistica linguistica. Non serve affrontare manuali universitari per comprendere come una parola attraversi i secoli; esistono testi divulgativi capaci di raccontare etimologie, usi e trasformazioni senza togliere piacere alla lettura. Una scelta ragionata di recensioni di saggi può aiutare a trovare il volume più adatto: non tutti cercano la stessa densità, e va bene così.
Sagittabondo resta una parola da maneggiare come un profumo intenso: una goccia può definire una scena, troppo prodotto copre tutto il resto. La sua sopravvivenza dipende dalla misura, non dall’esibizione.
Sgarzigliona e smargiasso: parole antiche, giudizi da usare con cura
Sgarzigliona e smargiasso chiudono questo percorso con due questioni diverse ma vicine: il modo in cui la lingua guarda i corpi e il modo in cui giudica chi si mette in mostra. La prima è una voce ormai decisamente rara, quasi sempre al femminile e spesso registrata come aggettivo sostantivato. In un uso tradizionale indicava una giovane donna avvenente, prosperosa, capace di attirare gli sguardi.
La parola compare anche nel Libro delle parole altrimenti smarrite di Sabrina D’Alessandro, progetto prezioso per chi ama recuperare voci laterali della lingua. Tuttavia, recuperare non significa usare senza riflettere. “Sgarzigliona” porta addosso uno sguardo esterno che valuta un corpo femminile, lo rende spettacolo e lo racchiude in un’etichetta. Oggi può essere citata per interesse storico o letterario, ma difficilmente è una scelta neutra per descrivere una persona reale.
Un romanzo ambientato nel passato può adoperarla per restituire una mentalità, purché la narrazione non la presenti come innocua per forza. Un saggio può spiegarla. Una commedia può usarla con intenzione parodica. In una conversazione contemporanea, invece, c’è quasi sempre un’alternativa più rispettosa e precisa: descrivere l’abito, la presenza, il portamento, oppure non ridurre affatto qualcuno al suo aspetto.
Smargiasso, il fanfarone che si sente arrivare
“Smargiasso” è molto più spendibile e, per fortuna, meno legato a un giudizio sul corpo. L’etimologia non è del tutto chiara, ma il significato è solido: è lo spaccone, l’uomo che si vanta di talenti, conquiste o imprese senza fornire prove convincenti. Non è soltanto uno che parla molto; è qualcuno che gonfia il proprio valore e spesso fallisce proprio nel momento in cui dovrebbe dimostrarlo.
La scena tipica è semplice. Un collega annuncia di poter risolvere in dieci minuti un problema che tiene bloccato tutto l’ufficio da una settimana. Parla forte, promette risultati, sminuisce gli altri. Dopo un’ora non ha risolto nulla e cerca una scusa. “Smargiasso” racconta questa dinamica con maggiore colore di “presuntuoso”, perché contiene già il rumore della vanteria.
Non è però una parola da lanciare contro chiunque abbia fiducia in sé. Una persona competente può dichiarare con calma di saper fare qualcosa; lo smargiasso ha bisogno di trasformare la propria immagine in spettacolo. La distinzione è utile anche nella vita quotidiana, dove il linguaggio severo viene spesso usato per punire semplicemente chi parla con sicurezza. Non ogni sicurezza è arroganza, non ogni entusiasmo è millanteria.
Queste due parole mostrano perché il vocabolario del passato non possa essere recuperato in blocco. Alcuni termini offrono precisione e ironia ancora vitali; altri raccontano categorie che meritano distanza critica. Conservare una voce nel dizionario non equivale a renderla automaticamente desiderabile nel linguaggio di tutti i giorni.
Se si vuole giocare con queste parole senza fare danni, può essere utile seguire una piccola bussola:
- Controlla il significato in un dizionario affidabile, soprattutto se la parola è molto rara.
- Chiediti quale tono introduce: affetto, comicità, disprezzo, sensualizzazione, giudizio morale.
- Usala in una frase dove aggiunga davvero qualcosa, non solo per sembrare ricercato.
- Se descrive una persona reale, considera come potrebbe riceverla.
- Lascia che siano anche i libri a conservarla: non ogni vocabolo deve tornare nel parlato per restare vivo.
Fra sgarzigliona e smargiasso si apre dunque una lezione semplice: le parole sono archivi di cultura, ma anche strumenti che agiscono nel presente. Rileggerle con attenzione permette di tenere ciò che illumina e di discutere ciò che pesa.
Come riscoprire le parole dimenticate nella lettura e nella conversazione
Le parole quasi scomparse non chiedono una campagna di salvataggio fatta di slogan. Hanno bisogno, semmai, di occasioni vere. Un termine torna a vivere quando qualcuno lo incontra in un libro, ne comprende il significato dal contesto e lo riconosce di nuovo qualche settimana dopo. È un movimento lento, più vicino alla memoria che alla moda.
Per chi legge, un buon punto di partenza è tenere un piccolo taccuino, cartaceo o digitale. Non serve trasformarlo in una lista di trofei linguistici. Basta annotare una parola incontrata, la frase in cui appariva e il motivo per cui ha colpito. “Bislacco” può finire accanto alla descrizione di un personaggio; “smargiasso” accanto a un dialogo particolarmente riuscito. Il contesto protegge dal rischio di imparare definizioni senz’anima.
Marta, la lettrice immaginata all’inizio, adotta una regola semplice: quando trova una voce che non conosce, non interrompe subito il romanzo per cercarla. Legge prima il paragrafo fino in fondo. Spesso la narrazione offre già indizi sufficienti. Solo dopo verifica sul dizionario. Così non spezza il ritmo e, allo stesso tempo, allena l’orecchio a dedurre.
Un lessico più ampio rende più nitide le storie
La ricchezza linguistica non consiste nell’usare sempre il termine più raro. Consiste nel poter scegliere. Dire “antico” invece di “vecchio” quando si parla di una tradizione, “arcaico” quando si vuole sottolineare una distanza culturale, “obsoleto” quando un oggetto o un sistema non risponde più ai bisogni attuali: sono distinzioni piccole, ma orientano il pensiero.
Vale lo stesso per le cinque voci esplorate. Bislacco non è un semplice sinonimo di strano; sacripante non è soltanto un uomo grande; sagittabondo non equivale a seducente; smargiasso non è qualsiasi persona vanitosa. Quanto a sgarzigliona, il suo uso contemporaneo richiede una cautela che fa parte del significato stesso. Capire queste differenze rende la lettura più ricca e la conversazione meno automatica.
Un gruppo di lettura può farne un gioco serio: ogni partecipante porta una parola incontrata in un testo e legge la frase che l’ha ospitata. Non per interrogare gli altri, ma per capire che cosa accade quando il vocabolo viene strappato al suo habitat. Una parola da sola è spesso opaca; in una pagina acquista intenzione, temperatura, perfino un volto.
Chi preferisce ascoltare può cercare letture ad alta voce di classici, podcast dedicati alla storia dell’italiano o adattamenti radiofonici. Sentire “Sacripante” pronunciato in un contesto narrativo aiuta più di dieci definizioni. La lingua è anche suono: certe voci resistono perché hanno ritmo, altre perché evocano immagini che il vocabolario più rapido ha smussato.
Non esiste l’obbligo di parlare come un dizionario storico, e sarebbe una pessima idea fingere naturalezza dove non c’è. Esiste, però, il piacere di riconoscere un termine dimenticato quando riappare e di sapere perché vale la pena conservarlo. Una lingua cresce anche così: non solo inventando parole nuove, ma scegliendo quali parole del suo lungo cammino meritano ancora ascolto.
Che cosa significa bislacco?
Bislacco indica qualcosa o qualcuno di strano, eccentrico e un po’ fuori dagli schemi. Di solito ha un tono più ironico o affettuoso di parole come “assurdo” o “folle”.
Sacripante è ancora corretto nell’italiano di oggi?
Sì. È un termine raro ma corretto, usato soprattutto con tono scherzoso per una persona grande, robusta o imponente. Deriva dal personaggio dei poemi cavallereschi di Boiardo e Ariosto.
Sagittabondo è una parola davvero italiana?
Sì, è una voce italiana rara che richiama l’immagine delle frecce e descrive uno sguardo seduttivo, capace figurativamente di colpire. Va usata in contesti letterari, ironici o consapevolmente eleganti.
Perché sgarzigliona richiede cautela?
È una parola datata che tradizionalmente descriveva una donna formosa e appariscente. Oggi può ridurre una persona al suo aspetto fisico, quindi è più adatta alla spiegazione storica o letteraria che alla descrizione di qualcuno nella vita quotidiana.
Smargiasso e fanfarone sono sinonimi?
Sono molto vicini. Smargiasso sottolinea in particolare la vanteria rumorosa e poco fondata, mentre fanfarone è più generale. Entrambi indicano chi magnifica le proprie qualità senza dimostrarle davvero.