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Riscoprire Colette: un viaggio nell’universo di un’autrice eclettica e indipendente

14 Settembre 2026 20 min de lecture Mis a jour 14 Settembre 2026
Questo articolo è stato generato da un'intelligenza artificiale e pubblicato senza una revisione umana approfondita.

In breve

  • Colette, nata Sidonie-Gabrielle Colette nel 1873 e morta nel 1954, non è soltanto l’autrice di Chéri: è stata narratrice, attrice, giornalista, sceneggiatrice e osservatrice lucidissima della società francese.
  • La sua letteratura mette al centro corpi, desideri, denaro, età e libertà femminile senza cercare il permesso della morale dominante.
  • La serie di Claudine racconta una giovane protagonista irregolare e intelligente, ma ricorda anche una vicenda di sfruttamento editoriale legata al primo marito Willy.
  • Romanzi come La vagabonda, Il grano in erba, La gatta e Gigi mostrano un universo narrativo molto più vasto della sola immagine dell’icona scandalosa.
  • Riscoprire questa autrice oggi significa trovare una scrittura concreta, sensuale e spesso scomoda, adatta a chi cerca personaggi imperfetti e vivi.

Riscoprire Colette oltre il mito della scrittrice scandalosa

Ci sono autrici che arrivano in libreria precedute da una fama così ingombrante da nascondere i libri. Colette è una di queste. Prima ancora di aprire una pagina, capita di incontrarla come figura mondana, donna libera, attrice di music-hall, protagonista di scandali parigini. Tutto vero, ma insufficiente. Riscoprire Colette vuol dire spostare lo sguardo dalla leggenda al lavoro paziente di una scrittrice che ha saputo trasformare l’esperienza in forma letteraria.

Sidonie-Gabrielle Colette nacque il 28 gennaio 1873 a Saint-Sauveur-en-Puisaye, in Borgogna, e morì a Parigi il 3 agosto 1954. In più di ottant’anni attraversò una Francia che cambiava volto: dalla provincia alla Belle Époque, dai salotti della capitale alle ferite delle due guerre mondiali. La sua storia personale è piena di svolte, ma non va letta come un catalogo di trasgressioni. Il punto è un altro: Colette fece della propria indipendenza una pratica quotidiana, spesso costosa e mai lineare.

All’inizio della carriera dovette fare i conti con Henry Gauthier-Villars, noto come Willy, giornalista e scrittore che gestiva una vera officina letteraria. I primi romanzi di Claudine uscirono con il suo nome e ottennero un successo enorme. Dietro quella firma, però, c’era soprattutto la voce di Colette: fresca, corrosiva, interessata a ciò che la buona società avrebbe preferito lasciare nell’ombra. Questa origine editoriale non è un dettaglio da biografia pettegola; aiuta a capire quanto fosse urgente, per lei, conquistare il controllo della propria voce e del proprio lavoro.

La sua prosa non chiede mai al lettore di commuoversi per principio. Osserva una stanza, una pelle che cambia, un abito, un silenzio a tavola. Poi lascia che da quei dettagli emerga un rapporto di potere o una delusione. È qui che il viaggio nell’universo di Colette diventa interessante: non nelle frasi altisonanti, ma nella precisione con cui coglie i gesti minimi. Un amante che non sa partire, una donna che vede svanire la propria centralità, una ragazza educata a diventare decorazione: ogni scena contiene una tensione concreta.

Chi arriva a Colette cercando un romanzo storico rassicurante potrebbe restare spiazzato. I suoi libri parlano di un’altra epoca, certo, eppure non spiegano troppo. Non costruiscono personaggi esemplari, non distribuiscono premi ai buoni e castighi ai cattivi. Il piacere della lettura nasce proprio dalla loro ambiguità. Léa di Chéri, per esempio, può essere generosa e vanitosa, lucida e ostinata nello spazio di poche pagine. Non deve risultare simpatica: deve risultare vera.

Per questo Colette è adatta a te se ami la narrativa psicologica, i romanzi brevi ma pieni di attrito e le protagoniste che non hanno bisogno di essere giustificate. Potrebbe fare meno per te se cerchi trame veloci, svolte continue o una morale nitida alla fine del percorso. La sua creatività lavora per sottrazione: una stanza, due persone, un gesto apparentemente marginale. Eppure, dentro quel perimetro, si muove un’intera società.

Nel panorama editoriale contemporaneo, dove spesso si usa la parola “autofiction” con disinvoltura, Colette merita una rilettura anche per questo. Non trasformò la vita in confessione diretta: la filtrò, la deformò, la distribuì fra personaggi diversi. L’esperienza privata diventa materia narrativa senza smettere di essere invenzione. È una lezione utile: raccontare di sé non significa mettere tutto in vetrina, ma scegliere con esattezza cosa far risuonare.

Da qui conviene partire: non da un santino della libertà, ma da una donna che ha scritto per vivere, ha lavorato in molti ambienti e ha saputo dare alla propria epoca una lingua più mobile, più fisica e meno ipocrita. Colette resta vicina perché non semplifica la libertà: ne mostra il prezzo.

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Colette, Claudine e la nascita di una voce indipendente

La prima porta d’ingresso nell’opera di Colette è spesso Claudine. Non soltanto perché i romanzi furono un successo immediato, ma perché in quella ragazza impertinente si sente nascere una voce che non accetta di stare composta al proprio posto. Claudine osserva gli adulti, le istituzioni scolastiche, i matrimoni e le convenzioni con un misto di curiosità e ironia. Non possiede la docilità richiesta alle giovani eroine della narrativa sentimentale dell’epoca.

Il primo ciclo comprende Claudine a scuola, Claudine a Parigi, Claudine sposata e Claudine se ne va; a esso viene spesso associato anche Il rifugio sentimentale, pubblicato nel 1907. Le date contano perché permettono di cogliere la velocità con cui Colette si affermò tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Quei testi circolarono inizialmente sotto la firma di Willy, e il loro successo alimentò perfino un marchio commerciale: Claudine diventò spettacolo teatrale, immagine, prodotto.

Qui c’è una storia editoriale che merita di essere guardata senza romanticismi. Un personaggio nato dalla penna di una giovane donna venne sfruttato anche come merce da altri. Colette avrebbe poi conquistato il proprio nome d’autrice e una piena autonomia professionale, ma il percorso non fu pulito né immediato. Per chi ama capire come nascono i libri, questo passaggio è quasi più istruttivo di molte celebrazioni postume: il talento non basta sempre a garantire proprietà, riconoscimento e libertà economica.

Perché Claudine sembra ancora contemporanea

Claudine non è contemporanea perché “moderna” in modo generico. Lo è perché guarda le gerarchie con un’attenzione feroce. A scuola vede le rivalità, l’autoritarismo e il desiderio; nei salotti borghesi riconosce le pose degli adulti. Le sue relazioni con altre ragazze, talvolta platoniche e talvolta apertamente sensuali, furono percepite come provocatorie. Colette non le presenta però come un manifesto: le lascia esistere dentro una vita affollata di desideri contraddittori.

Questa è una differenza importante. La scrittrice non trasforma la giovane protagonista in un simbolo impeccabile. Claudine è brillante ma anche capricciosa, affettuosa e crudele, pronta a ferire quando vuole difendere il proprio spazio. È proprio questa mancanza di edificazione a renderla memorabile. La letteratura di Colette non propone modelli da imitare: mette il lettore davanti a esseri umani che non coincidono mai con una definizione sola.

Opera Cosa racconta A chi può parlare oggi
Claudine a scuola La crescita di una ragazza acuta in un ambiente scolastico soffocante. A chi ama le protagoniste ironiche e i romanzi di formazione non convenzionali.
Claudine a Parigi L’ingresso nella capitale e nelle sue regole sociali. A chi cerca la Parigi della Belle Époque senza cartolina patinata.
Claudine sposata Il matrimonio visto come luogo di desiderio, gelosia e squilibrio. A chi vuole leggere rapporti di coppia senza idealizzazioni.
Il rifugio sentimentale Una riflessione più adulta sulle promesse sentimentali e sulla fuga. A chi vuole seguire l’evoluzione della voce di Colette oltre il personaggio di Claudine.

Leggere Claudine oggi richiede anche una piccola disponibilità al contesto. Alcuni riferimenti sociali, abitudini e modi di esprimersi appartengono alla Francia di allora. Ma il nucleo non invecchia: una ragazza che capisce di essere osservata e decide, a sua volta, di guardare. Questo rovesciamento dello sguardo è il cuore del ciclo.

Se ti incuriosiscono altre protagoniste femminili che attraversano il dolore senza essere ridotte a vittime esemplari, può essere interessante confrontare questa lettura con il ritratto narrativo di Tata di Valérie Perrin. Le epoche e le scritture sono lontane, ma resta comune l’attenzione per ciò che una donna nasconde, difende e infine lascia affiorare.

Claudine, insomma, non è un personaggio da museo. È il primo segnale di una scrittrice che userà tutta la propria vita per sottrarsi a ruoli già scritti. La sua insolenza non è un ornamento: è uno strumento di conoscenza.

Chéri e La fine di Chéri: il desiderio, l’età e il peso delle convenzioni

Se Claudine è la voce della giovinezza che si ribella, Chéri è il romanzo della maturità che guarda il desiderio quando smette di essere semplice. Pubblicato dapprima a puntate e poi in volume nel 1920, racconta la relazione tra Léa de Lonval, cortigiana ricca e ormai vicina ai cinquant’anni, e Fred Peloux, il giovane amante chiamato Chéri. Il titolo porta il suo nome, ma il centro emotivo della storia è Léa: una donna abituata a controllare la scena che scopre quanto sia difficile accettare di non poter trattenere il tempo.

Fred ha circa vent’anni, è bello, viziato, allevato in un ambiente dove il denaro attenua ogni conseguenza. Léa conosce il gioco sociale molto meglio di lui, ma non per questo ne è al riparo. La loro relazione sembra libera perché non segue il modello matrimoniale; in realtà è circondata dalle stesse regole che finge di disprezzare. Quando Chéri viene avviato a un matrimonio conveniente, l’intimità costruita con Léa viene trattata come un intervallo da archiviare.

Quello che colpisce è la sobrietà con cui Colette racconta la ferita. Non cerca scene clamorose, non forza il lettore a scegliere un colpevole. Osserva le stanze, le abitudini, la cura del corpo e gli oggetti che restano dopo una separazione. Il romanzo capisce che la sofferenza non sempre esplode: talvolta si deposita in un dettaglio domestico, nel modo in cui una persona torna a guardarsi allo specchio.

Un romanzo d’amore senza consolazioni facili

Chéri viene spesso presentato come un libro scandaloso per la differenza d’età tra i protagonisti. È una definizione parziale. Il vero scandalo, per la società raccontata da Colette, è che Léa possieda denaro, esperienza e desiderio senza chiedere di essere assolta. Non è una figura pura né un’eroina da premiare. Ha costruito una vita entro un sistema di privilegi maschili, e al tempo stesso ne conosce l’umiliazione. Questa doppiezza le dà spessore.

Il seguito, La fine di Chéri, sposta lo sguardo in avanti di quasi dieci anni e rende più evidente il danno prodotto dalla nostalgia. È un testo da affrontare dopo il primo romanzo, senza saltare passaggi: non perché contenga un semplice “seguito di trama”, ma perché cambia la temperatura della vicenda. Là dove Chéri conserva una grazia mondana, il secondo libro diventa più duro e malinconico.

Non è necessario conoscere i dettagli della vita privata dell’autrice per leggere questi romanzi. È utile, però, sapere che Colette ha frequentato da vicino ambienti in cui desiderio, reputazione e denaro si intrecciavano. La sua esperienza non viene trascritta tale e quale: viene trasformata. Ecco perché le pagine non sembrano un diario travestito, ma possiedono quella precisione che nasce da ciò che è stato a lungo osservato.

Questi libri fanno per te se ami i romanzi brevi, intensi e privi di sentimentalismo. Non fanno per te se cerchi una storia d’amore in cui la passione risolva le differenze sociali e personali. Colette non salva i personaggi dalla loro vanità; mostra quanto possa essere tenera, e insieme spietata, la dipendenza affettiva.

Il percorso di adattamenti conferma la vitalità della materia: Chéri passò anche per il teatro e ispirò un balletto musicato da Maurice Ravel nel 1925. Non è sorprendente. La scrittura di Colette ha qualcosa di estremamente visivo, ma non nel senso decorativo del termine: un movimento della mano, un vestito o una postura raccontano ciò che i personaggi non riescono a dire.

In Chéri il corpo non è mai un pretesto erotico: è il luogo in cui il tempo, il potere e la perdita diventano visibili.

Un universo eclettico: teatro, giornalismo e creatività fuori dai salotti

Ridurre Colette alla romanziera sarebbe un errore simile a leggerla solo attraverso le fotografie più celebri. La sua vita professionale fu davvero eclettica: teatro, music-hall, cronaca, critica letteraria, sceneggiature e collaborazioni giornalistiche. Questa molteplicità non è una nota curiosa. Spiega perché la sua prosa abbia un ritmo così attento alle voci, ai corpi e allo spazio scenico.

Nel 1907 Colette portò al Moulin Rouge Rêve d’Égypte, esibendosi con Mathilde de Morny, conosciuta come Missy. Il bacio tra le due in scena suscitò scandalo e lo spettacolo venne interrotto dopo la seconda rappresentazione dalle autorità. È facile raccontare l’episodio come un gesto ribelle da cartolina, ma sarebbe più utile coglierne il contesto: una donna che lavorava sul palco e sul testo rivendicava il diritto di rappresentare un desiderio non conforme davanti a un pubblico abituato a giudicare.

Colette recitò e danzò, spesso in costumi provocatori per l’epoca, partecipò a tournée e interpretò anche Claudine. Il teatro le insegnò che un personaggio si rivela nella presenza: come entra in una stanza, come tace, come usa un oggetto. Nei romanzi questa lezione è evidente. Léa in Chéri non viene spiegata attraverso lunghe analisi psicologiche; viene vista mentre occupa uno spazio, sceglie un abito, misura una distanza.

La giornalista che guardava il presente

Negli anni Dieci e Venti il giornalismo divenne un’altra parte decisiva della sua carriera. La relazione con Henry de Jouvenel la avvicinò a Le Matin, quotidiano di cui lui fu redattore capo. Durante la Prima guerra mondiale Colette inviò reportage da Verdun e seguì anche l’ingresso dell’Italia nel conflitto. Alcuni suoi testi furono sottoposti a censura: un fatto che ricorda quanto la cronaca non sia mai un terreno neutrale, soprattutto quando chi scrive sceglie di osservare invece di ripetere una versione rassicurante.

Nel 1919 divenne responsabile della sezione letteraria del giornale. Non trattava la critica come un tribunale. Aveva l’occhio di chi aveva conosciuto il palcoscenico, la scrivania e la necessità di guadagnarsi da vivere con le parole. Questo aiuta a capire l’autrice indipendente: non una figura isolata in una torre, ma una lavoratrice della cultura che attraversava generi e mestieri.

Un buon modo per entrare in questa parte meno nota della sua produzione è leggere La vagabonda. Il romanzo, apparso a puntate nel 1910, segue Renée Néré, donna separata che trova nel teatro una strada faticosa ma possibile per mantenersi. Non è un testo che idealizza l’autonomia: le tournée sono stancanti, il lavoro espone al giudizio, l’indipendenza richiede rinunce. Ma proprio per questo il libro resta nitido. La libertà non arriva come una ricompensa, si costruisce nel gesto concreto di pagare il proprio conto e decidere dove andare.

Colette lavorò anche con Sacha Guitry e scrisse per la scena opere come Mitsou, ovvero come le fanciulle diventano sagge, testo ibrido fra novella epistolare e pièce, apprezzato da Marcel Proust. L’ibridazione è una sua forza costante: non rispetta i confini dei generi perché non li considera sacri. Un romanzo può ospitare il dialogo teatrale, una cronaca può avere precisione narrativa, una scena di varietà può insegnare a scrivere un gesto.

Per chi legge con attenzione, questa parte della sua storia cambia anche il modo di affrontare i romanzi più celebri. Colette non descrive Parigi dall’esterno: ne conosce i ritmi di lavoro, gli spettacoli, le redazioni, la solitudine dietro le luci. La sua eleganza non è mai evasione: nasce dall’aver guardato il mondo mentre era in movimento.

Quali libri di Colette leggere oggi e in quale ordine

Davanti a un’autrice con una bibliografia ampia, il rischio è partire dal titolo più famoso e fermarsi lì. Con Colette sarebbe un peccato, perché ogni libro illumina un angolo diverso del suo universo. Non serve però trasformare la lettura in un esame universitario. Conviene scegliere in base a ciò che cerchi: una protagonista giovane e tagliente, una storia amorosa segnata dall’età, un romanzo di formazione sensuale o una satira delle convenzioni.

Le riedizioni italiane hanno reso più accessibili molte opere. Mondadori ha riunito i romanzi di Claudine in una raccolta con traduzione di Dario Gibelli; Adelphi ha contribuito a tenere vivi titoli come Il grano in erba e Gigi; Feltrinelli ha proposto in volume Chéri e La fine di Chéri nella traduzione di Angelo Molica Franco. Vale sempre la pena controllare traduttore, data e completezza dell’edizione: non per pignoleria, ma perché una voce tanto musicale cambia sensibilmente da una resa all’altra.

Il progetto editoriale Chantier Colette, annunciato da L’Orma con la cura di Daria Galateria e Daniela Brogi, ha posto l’accento sul bisogno di nuove traduzioni e di una nuova veste per questa autrice. Tra i titoli indicati figuravano Gigi, tradotto da Ornella Tajani, e La vagabonda, tradotto da Camilla Diez, con l’idea di affiancare anche gli audiolibri. L’operazione è interessante perché non vende Colette come una reliquia, ma come una scrittrice da riportare nel flusso vivo delle letture.

Un percorso di lettura per gusti diversi

  • Se vuoi iniziare con una storia breve e affilata, scegli Gigi. Dietro il tono leggero c’è l’educazione sentimentale di una ragazza allevata per diventare una presenza gradevole nel mondo maschile. Da questo testo nacque anche una commedia di Broadway nel 1951, interpretata da una giovanissima Audrey Hepburn.
  • Se cerchi un grande romanzo di relazione, parti da Chéri e continua subito con La fine di Chéri. È il percorso più adatto a chi ama le tensioni psicologiche e i finali non accomodanti.
  • Se preferisci una protagonista che conquista il proprio spazio lavorando, scegli La vagabonda. Renée Néré è una compagna di strada più concreta di molte eroine contemporanee.
  • Se ti interessa l’adolescenza senza retorica, prova Il grano in erba. Le prime pulsioni sessuali e l’imbarazzo della crescita sono raccontati senza sentimentalismo zuccheroso.
  • Se ami le guerre domestiche, leggi La gatta. È un romanzo breve e pungente, costruito attorno a una coppia e alla presenza tutt’altro che neutra di un animale.

La gatta merita una nota specifica. Chi pensa di trovare una storia tenera sugli animali resterà deluso, e forse è meglio saperlo prima. La gatta Saha è il fulcro di una gelosia silenziosa: il suo padrone Alain le è legato con una devozione che la moglie Camille percepisce come esclusione. Colette usa questa situazione quasi paradossale per mostrare quanto un matrimonio possa essere abitato da rivali che non si nominano.

Nel 1945 Colette entrò nell’Académie Goncourt, seconda donna a essere eletta, e nel 1949 ne divenne presidente. Gli ultimi anni furono segnati da problemi di salute: dal 1939 l’artrosi all’anca le rese più difficili spostamenti e impegni, senza interrompere la scrittura. Alla morte, nel 1954, la Chiesa negò i funerali religiosi; la Francia le rese invece onori di Stato, prima donna a riceverli. Anche questo contrasto racconta bene la sua posizione: celebrata pubblicamente, giudicata privatamente, impossibile da addomesticare.

Il film Colette di Wash Westmoreland, uscito nel 2018 con Keira Knightley, può essere un buon accompagnamento visivo ai primi anni parigini e alla vicenda con Willy. Non sostituisce i libri, naturalmente, e semplifica qualche passaggio per esigenze cinematografiche. Ma restituisce bene il nodo fondamentale: il momento in cui una donna comprende che il proprio lavoro ha un valore e che quel valore deve portare il suo nome.

Leggere Colette in ordine non è obbligatorio; sceglierla con il libro giusto, invece, può fare tutta la differenza.

Colette nel 2026: perché la sua letteratura continua a interrogare

A più di centocinquant’anni dalla nascita, Colette continua a essere ripubblicata, adattata e discussa perché non offre una libertà da slogan. Le sue donne non diventano indipendenti grazie a una rivelazione improvvisa. Devono negoziare con il denaro, con l’età, con la reputazione e con il desiderio degli altri. È un punto che nel 2026 conserva una forza particolare: molte narrazioni dichiarano di voler raccontare l’autonomia femminile, ma poche si fermano a osservarne le contraddizioni materiali.

Colette lo fa senza costruire un programma ideologico rigido. Non fu una militante femminista nel senso politico più diretto del termine, e sarebbe scorretto attribuirle parole o battaglie che non scelse. Eppure i suoi romanzi mostrano con estrema chiarezza che l’autonomia economica è una condizione della libertà. Renée Néré in La vagabonda non può permettersi illusioni romantiche proprio perché deve vivere del proprio lavoro. Léa in Chéri ha una ricchezza che le dà margine d’azione, ma non le risparmia la vulnerabilità.

Questa è la ragione per cui Colette non va ridotta a un’icona pop ante litteram. L’immagine della donna anticonformista, con i gioielli e le pose da palcoscenico, esiste e affascina. Ma i libri sono più complessi dell’immagine. Raccontano anche la stanchezza, l’umiliazione, la paura di diventare invisibili, la parte meno luminosa della sensualità. Una lettura onesta deve tenere insieme entrambe le cose.

Un’autrice da leggere senza addomesticarla

La lingua di Colette può sorprendere chi arriva dalla narrativa contemporanea più esplicativa. Non sempre dichiara ciò che un personaggio prova; preferisce farlo intuire dalla materia del mondo. Un fiore lasciato appassire, una stanza troppo calda, una carezza trattenuta. È una scrittura da leggere con calma, non perché sia oscura, ma perché rifiuta di sottolineare tutto.

Ci sono anche aspetti che chiedono distanza critica. Colette appartiene al suo tempo e alcuni sguardi sociali o culturali possono risultare datati o problematici. Non serve cancellare questa frizione, né fingere che non esista. Un lettore adulto può riconoscere il valore di una pagina e insieme interrogare ciò che quella pagina porta con sé. La fedeltà alla letteratura non richiede devozione cieca.

Forse è proprio qui che la sua opera dialoga meglio con chi legge oggi. Colette insegna a diffidare dei personaggi perfetti, delle vite ordinate, dei desideri spiegati troppo bene. In un mercato che tende a vendere identità nette e storie facilmente riassumibili, lei conserva il lusso dell’ambivalenza. Una donna può voler essere amata e avere bisogno di stare sola. Può desiderare sicurezza e soffocare dentro la sicurezza. Può sbagliare senza smettere di meritare attenzione.

La sua influenza si avverte in molte scrittrici che hanno fatto del quotidiano una zona ad alta tensione: non perché la imitino, ma perché condividono la fiducia nei dettagli. Una stanza non è mai soltanto una stanza; un abito non è mai soltanto un abito; un animale in casa può rivelare una crepa coniugale più di un litigio. Questa capacità di rendere eloquente ciò che sembra minimo resta una delle sue doti più durevoli.

Per chi vuole proseguire il viaggio, la scelta più sensata è non cercare “il libro definitivo” di Colette. Meglio prenderne uno che corrisponda al proprio momento di lettura e lasciarsi guidare dalla voce. Si può entrare da Claudine e approdare a Léa, oppure iniziare dalla vagabonda Renée Néré e tornare indietro. Ogni strada mostra una donna diversa, ma tutte portano a una stessa idea di letteratura: osservare senza mentire.

Colette non chiede di essere venerata: chiede di essere letta con attenzione, anche quando mette il lettore a disagio.

Da quale libro di Colette conviene cominciare?

Per una prima lettura breve e accessibile, Gigi è una buona scelta. Se cerchi invece un romanzo più intenso sui rapporti amorosi, scegli Chéri e prosegui con La fine di Chéri. La vagabonda è indicato a chi vuole conoscere la Colette più legata al lavoro e al teatro.

Claudine è davvero scritto da Colette?

Sì. I primi romanzi della serie uscirono con la firma del marito Willy, ma sono legati in modo decisivo alla scrittura di Colette. La vicenda mostra le difficoltà incontrate dall’autrice nel conquistare il riconoscimento e il controllo del proprio lavoro.

Chéri è una storia d’amore romantica?

È una storia d’amore, ma non romantica nel senso consolatorio. Colette racconta la relazione tra Léa e il giovane Chéri mettendo al centro differenza d’età, denaro, desiderio e convenzioni sociali.

Il film Colette del 2018 è fedele alla biografia dell’autrice?

Il film di Wash Westmoreland restituisce bene il conflitto con Willy e la nascita della serie di Claudine, pur semplificando alcuni passaggi della vita reale per esigenze narrative. Può accompagnare la lettura, ma non sostituisce i romanzi e le biografie dedicate all’autrice.