In breve
- Don Mazzi, morto a 96 anni nel luglio 2026, ha legato il proprio nome a Exodus e a un modo di fare il prete fuori dagli schemi, vicino ai giovani fragili senza retorica.
- Dalla perdita precoce del padre al collegio di Verona, la sua biografia racconta una vocazione nata più dall’incontro con gli orfani del Polesine che dall’obbedienza formale.
- La prima Carovana di Exodus, partita nel 1985 con quattordici ragazzi e sei educatori, ha trasformato il viaggio in una pratica educativa fondata sulla relazione e sulla responsabilità.
- Il suo linguaggio su paternità, libertà e fede ha spesso provocato: per lui educare significava accompagnare, non sorvegliare.
- La nuova sfida di Exodus riguarda il disagio minorile contemporaneo, con un centro diurno previsto a Milano per intercettare ragazzi e adolescenti prima che restino soli.
Don Mazzi a 96 anni: il prete fuori dagli schemi che non smise di interrogare il presente
Ci sono fotografie che non hanno bisogno di didascalie elaborate. Nel suo ufficio immerso nel verde del Parco Lambro, tra giornali letti fino in fondo, carte sparse e lettere scritte ancora a mano, Don Mazzi teneva un’immagine incorniciata: un tronco d’albero trafitto da siringhe. Sotto, poche parole: Parco Lambro, 1984. Non era un oggetto d’arredo né un gesto nostalgico. Era un promemoria severo di ciò che Milano aveva visto e di ciò che un educatore non può scegliere di non vedere.
Don Antonio Mazzi è morto a Milano il 31 luglio 2026, a 96 anni. Ma fermarsi alla formula del necrologio sarebbe riduttivo, perché la sua figura ha occupato per decenni uno spazio scomodo: sacerdote, educatore, fondatore di Exodus, volto televisivo, polemista, uomo capace di parlare con disarmante franchezza tanto ai ragazzi quanto ai loro genitori. Aveva attraversato il dibattito pubblico senza assumere la posa del personaggio rassicurante.
Le definizioni gli scivolavano addosso. “Prete di strada”, “prete degli ultimi”, “teleparroco”, “ribelle”: etichette che raccontano qualcosa, ma non tutto. Lui preferiva la parola padre, forse perché il padre l’aveva perso a tredici mesi e quella mancanza gli era rimasta dentro come una domanda. Non padre nel senso del comando, bensì nel senso più faticoso e concreto di chi aiuta qualcuno a crescere senza trattenerlo.
Questa è la chiave che permette di leggere anche i suoi libri, fra cui Voglio ancora cambiare il mondo, pubblicato da San Paolo, e Saggezza e follia, uscito per Piemme. Non sono testi da cercare se desideri una biografia levigata, piena di episodi messi in fila con prudenza editoriale. Hanno piuttosto l’andamento della voce di un uomo che ragiona ad alta voce, torna sui propri errori, si innervosisce davanti alle formule facili e non separa la spiritualità dalla polvere delle giornate.
Leggerli può interessarti se cerchi testimonianze civili imperfette, biografie che non santificano il protagonista e riflessioni sull’educazione nate sul campo. Potrebbero invece lasciarti distante se preferisci saggi ordinati per tesi, dati e dimostrazioni lineari: Mazzi procede per memoria, affondo, contraddizione. È una scrittura orale, talvolta brusca, che chiede al lettore di stare dentro le sue curve.
Nel raccontarsi, non nascondeva il rifiuto per gli abiti e le liturgie percepite come una corazza. Ordinato sacerdote il 26 marzo 1955, ricordava con ironia la veste prestata dal vescovo, troppo grande di tre taglie, e ripeteva di non aver mai amato la tonaca. Non era un dettaglio pittoresco. Era il segno di una convinzione: la credibilità di un prete, per lui, non dipendeva dal costume ma dalla capacità di stare accanto alle persone quando sono meno presentabili.
È facile idealizzare un uomo simile dopo la sua scomparsa, ripulendone gli angoli. Sarebbe un errore. Il suo impegno sociale non fu silenzioso e accomodante; ebbe toni accesi, dichiarazioni discutibili, esposizione mediatica. Eppure proprio quella disponibilità a esporsi gli permise di rendere visibile un dolore che molti preferivano confinare nei margini: dipendenze, carcere, abbandono scolastico, famiglie spezzate, solitudini adolescenziali.
Immagina Luca, un diciassettenne di oggi che non usa eroina, non dorme in un parco, ma passa le notti tra sostanze sintetiche, chat e piccoli reati. Il suo disagio potrebbe essere meno riconoscibile di quello degli anni Ottanta, ma non per questo meno urgente. Il lascito di Don Mazzi non offre una ricetta per Luca. Invita piuttosto un adulto a farsi una domanda scomoda: chi gli sta parlando davvero, senza trattarlo come un problema da spostare altrove?
Quella fotografia delle siringhe, allora, non riguarda soltanto un passato terribile. Dice che il cambiamento comincia quando si smette di voltare lo sguardo dall’altra parte.

La storia di Don Mazzi: dall’infanzia ferita alla scelta di diventare educatore
Prima di Exodus, prima delle carovane, prima della televisione, c’è un bambino di Verona che piange in collegio. Il padre è morto di broncopolmonite quando aveva appena tredici mesi; la madre, costretta a lavorare di ricamo in condizioni economiche difficili, lo affida all’istituto fondato da don Calabria. È una vicenda che Don Mazzi non trasformò mai in una medaglia del dolore. La raccontava, semmai, per spiegare quanto una ferita possa indurire e quanto possa, con il tempo, aprire una strada inattesa.
Da ragazzo era ribelle, insofferente verso una religione che gli veniva presentata soprattutto come obbedienza. In terza media fu bocciato per cattiva condotta. Il Dio che, secondo le parole ascoltate attorno a lui, “aveva preso” suo padre non gli sembrava un Dio a cui affidarsi con serenità. Anche il rapporto con la madre gli appariva segnato da una distanza dolorosa, dal lutto che non aveva trovato parole.
Questo passaggio conta perché evita una scorciatoia frequente: pensare che le vocazioni nascano sempre da una chiamata chiara, pacifica, quasi già ordinata. Nel suo caso avvenne il contrario. La sua fede restò una domanda, e lui stesso diceva che davanti a Dio sono tutti poveri uomini che domandano, perfino chi occupa i ruoli più alti nella Chiesa. Una spiritualità senza trionfalismi, dunque, poco incline a distribuire certezze preconfezionate.
Gli orfani del Polesine e la paternità imparata sul campo
Dopo il liceo, don Calabria lo inviò a lavorare alla Città dei ragazzi di Ferrara, realtà ancora attiva che accoglieva adolescenti in difficoltà. Nel 1951 l’alluvione del Polesine portò lì centinaia di persone travolte dalla perdita: bambini senza casa, senza riferimenti, talvolta senza genitori. Per il giovane Antonio Mazzi quell’incontro cambiò la prospettiva. La sua sofferenza non scomparve, ma smise di essere l’unico centro della scena.
Raccontava che quei bambini lo chiamavano papà. Fu allora che maturò la decisione di restare e intraprendere il percorso sacerdotale. Il vescovo, conoscendone il temperamento, pare avesse reagito con sorpresa: proprio lui, considerato irrequieto, voleva diventare prete? La risposta di Mazzi non era dottrinale. Era legata a quella responsabilità appena scoperta verso chi gli chiedeva una presenza.
Qui è utile distinguere tra commozione e metodo. L’emozione può accendere un gesto, ma non basta a reggere anni di lavoro educativo. La vicenda di Don Mazzi acquista peso proprio perché, dall’esperienza personale, costruì un’idea precisa: essere padre non coincide con generare, ma con aiutare a diventare. Una formula forte, che andrebbe maneggiata senza trasformarla in slogan, perché crescere qualcuno richiede limiti, ascolto, continuità e responsabilità condivisa.
Negli anni Sessanta, a Roma, guidò il centro giovanile della parrocchia di San Filippo Neri, nella borgata di Primavalle. Calcio, pallavolo e pallacanestro erano strumenti, non passatempo decorativo. Uno spazio sportivo poteva sottrarre ragazzi allo sbando perché offriva regole comprensibili, un gruppo, una possibilità di essere riconosciuti. Lui stesso ricordava di essersi rotto le gambe tre volte, con un tono che non cercava eroismo ma faceva intuire la partecipazione fisica al gioco.
Questa idea conserva una sua attualità. Quando si parla di adolescenti in crisi, il dibattito oscilla spesso tra controllo e abbandono: più divieti oppure nessun confine. Mazzi provava a stare in una terza posizione, più difficile. La solidarietà non era compatimento e la libertà non era assenza di legami. Era costruire luoghi in cui un ragazzo potesse sperimentarsi, sbagliare e sapere che qualcuno avrebbe affrontato con lui le conseguenze.
Per comprendere il suo percorso, può essere utile affiancare queste pagine a una selezione di saggi da leggere per orientarsi nel presente. Non perché esista un volume in grado di spiegare una vita così contraddittoria, ma perché l’educazione ha bisogno di più voci: testimonianze, ricerche, letteratura e memoria.
Dall’infanzia in collegio alla Città dei ragazzi corre un filo netto: Don Mazzi non costruì la propria autorevolezza fingendo di essere stato immune dalla rabbia. La costruì trasformando quella rabbia in una disponibilità a non lasciare soli gli altri.
Exodus e la Carovana del 1985: il cambiamento come viaggio, fatica e relazione
Quando arrivò a Milano nel 1979, Don Mazzi avrebbe dovuto occuparsi dell’Opera don Calabria di via Pusiano e di persone con disabilità. Il territorio, però, gli impose un’altra urgenza. Il Parco Lambro era associato a uno dei più gravi scenari dello spaccio europeo e l’eroina segnava una generazione intera. I tronchi usati come puntaspilli per le siringhe non erano una metafora giornalistica: erano la cronaca materiale di una devastazione.
Don Mazzi non arrivò come esperto di droghe. Dichiarava di non saperne nulla all’inizio. È un’ammissione importante, soprattutto oggi, quando l’esperto istantaneo sembra una figura inevitabile. Iniziň ascoltando, osservando e lavorando accanto a chi viveva quella realtà. Con il cardinale Carlo Maria Martini, allora arcivescovo di Milano, maturò l’idea di fare di quel luogo un presidio rivolto agli ultimi, non un angolo da nascondere.
Il lavoro comportò tensioni e minacce. Nel settembre 1988 organizzò la pulizia del Parco Lambro e il Comune assegnò a Exodus Cascina Molino Torrette, che divenne una base essenziale. Non va raccontata come la favola di un singolo uomo che “salva” una città. Dietro ci furono educatori, operatori, istituzioni, famiglie e ragazzi. Il merito di Mazzi fu anche quello di rendere pubblica una responsabilità che non poteva restare privata.
Quattordici ragazzi, sei educatori e nove mesi di strada
La scelta più riconoscibile arrivò nel 1985 con la prima Carovana di Exodus. Quattordici ragazzi e sei educatori partirono in bicicletta e camper, viaggiando per nove mesi attraverso l’Italia fino a rientrare a Milano nella notte di Natale. L’idea era semplice da dire e dura da vivere: proporre un’avventura a chi aveva conosciuto soltanto la ripetizione della dipendenza, del giudizio e dell’esclusione.
La carovana non era una gita terapeutica né una fuga romantica. Pedalare, preparare i pasti, convivere, rispettare tempi e imprevisti: ogni gesto rimetteva in moto competenze che la droga e l’emarginazione potevano aver anestetizzato. Il viaggio obbligava a fare i conti con il corpo, la stanchezza, la parola data agli altri. Per un ragazzo come Luca, immaginato all’inizio, potrebbe significare scoprire che non è definito soltanto da ciò che ha fatto o da ciò che gli è accaduto.
La differenza rispetto ai modelli più chiusi fu dichiarata da Mazzi senza diplomazia. Se altre comunità puntavano soprattutto sulla permanenza interna, lui preferiva gli spazi aperti e le alternative alla reclusione. Non voleva dire assenza di regole. Voleva dire non usare la catena come principio educativo. Il rischio della libertà, secondo lui, era meno disumano della certezza di tenere qualcuno fermo con la forza.
- Comunicazione: non limitarsi a parlare a un giovane, ma cercare un linguaggio che lo raggiunga davvero.
- Esperienza concreta: un compito, un viaggio e una convivenza possono rendere visibile ciò che un discorso astratto non riesce a insegnare.
- Responsabilità: nessuno viene ridotto al proprio errore, ma nessuno viene neppure sollevato dalle conseguenze delle proprie scelte.
- Rete: educatori, famiglie e servizi devono lavorare insieme, perché una comunità da sola non può assorbire tutto il peso del disagio.
Nel 2026 Exodus porta con sé oltre quattro decenni di attività e circa trenta centri sul territorio nazionale. I numeri aiutano a capire la continuità del progetto, ma non raccontano l’essenziale: ogni percorso di uscita da una dipendenza o da una condizione di marginalità ha ritmi diversi. Nessuna carovana, nessuna struttura e nessun educatore possono promettere esiti identici per tutti.
In questa prudenza sta il limite e la forza dell’eredità di Don Mazzi. Non offriva un meccanismo infallibile; insisteva su relazioni che chiedono tempo. Il suo metodo, nato davanti al disastro dell’eroina, continua a suggerire che il cambiamento non è un comando impartito dall’esterno: è un percorso che qualcuno deve rendere possibile.
La regola dell’aquilone di Don Mazzi: libertà, paternità e spiritualità senza formule facili
Tra le immagini lasciate da Don Mazzi, quella dell’aquilone è forse la più facile da ricordare e la più difficile da praticare. Un figlio, diceva, va tenuto con un filo minimo, ma a un certo punto bisogna lasciarlo prendere vento. Se lo si trattiene per paura, si rischia di rovinarlo. È una frase che può suonare perfino ovvia, finché non si pensa a quanto sia complicato lasciar andare un adolescente che sbaglia, che ha paura, che si espone a pericoli reali.
Non è un invito all’indifferenza. Un aquilone abbandonato non vola: cade. L’immagine implica che il filo ci sia, che la presenza adulta non sparisca, che resti un punto di ritorno. Ciò che Don Mazzi contestava era l’idea che educare equivalga a controllare ogni movimento. Per lui il padre non era un sorvegliante incaricato di far rispettare regole; era una persona capace di generare vita attraverso una relazione vera.
Questa visione va presa con attenzione, soprattutto quando riguarda dipendenze, reati o sofferenza psichica. Lasciare spazio non sostituisce mai il lavoro di professionisti, servizi sanitari e reti territoriali quando servono. La sua intuizione è un’altra: nessun intervento regge davvero se chi lo riceve viene trattato soltanto come un caso da gestire. La dignità non è un premio concesso alla fine del percorso; è la condizione da cui il percorso dovrebbe partire.
Disobbedire all’abitudine di punire
Don Mazzi parlava spesso di disobbedienza come virtù civile e cristiana. Non intendeva celebrare la trasgressione per gusto di scandalizzare. Vedeva nel Vangelo una forza che mette in discussione le regole quando le regole cessano di servire l’essere umano. È un pensiero che ha fatto discutere, anche in ambienti ecclesiali, perché rifiuta l’idea di una fede ridotta a disciplina e formula.
La sua spiritualità stava nella domanda più che nella risposta definitiva. Invece di presentarsi come un uomo che aveva risolto il mistero del dolore, insisteva sul fatto che la fede resti un confronto aperto. Questo rende le sue parole accessibili anche a chi non condivide la fede cattolica: il punto non è aderire a una dottrina, ma riconoscere quanto sia necessario un linguaggio umano per parlare di perdita, colpa, perdono e possibilità.
Ci sono stati incontri che hanno reso questa impostazione particolarmente esposta. Exodus accolse persone legate a vicende gravissime, come l’ex terrorista Marco Donat-Cattin ed Erika De Nardo. Sono temi sensibili e non vanno trasformati in racconti morbosi. Il nucleo della posizione di Mazzi non era cancellare la responsabilità delle azioni, né chiedere una compassione automatica per chi ha commesso delitti. Era sostenere che la pena e il giudizio non esauriscono la persona.
Nel caso di Donat-Cattin, ricordava un dolore familiare profondo e una crisi attraversata durante la permanenza nella comunità. Parlando di Erika De Nardo, attribuiva al padre la forza di non avere abbandonato la figlia. Sono testimonianze che possono dividere, e hanno diviso. Però obbligano a domandarsi se la società sia capace di pensare alla responsabilità senza rinunciare, contemporaneamente, alla possibilità di ricostruzione.
| Idea educativa di Don Mazzi | Che cosa significa in pratica | Rischio da evitare |
|---|---|---|
| Regola dell’aquilone | Accompagnare l’autonomia mantenendo un legame affidabile. | Confondere la libertà con disinteresse o abbandono. |
| Comunicazione | Ascoltare e trovare parole comprensibili, non soltanto impartire ordini. | Scambiare il dialogo per permissivismo. |
| Esperienza condivisa | Usare attività, lavoro e viaggio per costruire fiducia e responsabilità. | Ridurre il percorso a un’attività simbolica senza continuità. |
| Possibilità di ripartire | Riconoscere la persona oltre il suo errore, senza negare la gravità dei fatti. | Cancellare le vittime o minimizzare le responsabilità. |
Per chi ama le letture che usano il sogno come terreno di verità, può essere interessante accostare questo tema alle pagine sui libri di Murakami tra sogno e realtà. Sono mondi lontani da Exodus, naturalmente, ma condividono una domanda: che cosa accade quando l’identità non coincide più con il ruolo che gli altri ci hanno assegnato?
La regola dell’aquilone non promette che tutti torneranno indietro o che ogni caduta sarà lieve. Chiede però agli adulti di non trasformare la paura in una gabbia.
Don Mazzi, Exodus e i giovani nel 2026: dalle dipendenze del passato alle fragilità di oggi
Il Parco Lambro degli anni Ottanta e il disagio giovanile del 2026 non sono sovrapponibili. Don Mazzi lo sapeva e, negli ultimi anni, ripeteva che il mondo delle droghe era cambiato in modo radicale. L’eroina e la cocaina restano problemi concreti, ma il panorama comprende sostanze sintetiche, policonsumo, dipendenze digitali, isolamento, ansia e comportamenti autolesivi. Cambiano le forme; non scompare il bisogno di essere visti.
La sua lettura, volutamente diretta, puntava anche il dito contro gli adulti. Non gli interessava descrivere i giovani come una generazione “sbagliata”, formula pigra che ritorna puntuale a ogni epoca. Vedeva piuttosto adulti incerti, troppo assenti o troppo invasivi, e istituzioni che spesso intervengono quando la crisi è già esplosa. Non è un’accusa da usare per distribuire colpe: è una richiesta di responsabilità condivisa.
Cascina Molino Torrette, la prima casa storica di Exodus, non può più ospitare una comunità residenziale a causa del rischio di allagamenti collegato alle esondazioni del Lambro. Anche questo dato dice qualcosa del presente: i luoghi sociali non vivono fuori dalla crisi ambientale e dalle fragilità urbane. I ventiquattro giovani presenti sono destinati al trasferimento a Garlasco, mentre Milano prepara un diverso presidio.
Un centro diurno per intercettare il disagio prima dell’emergenza
Il progetto annunciato riguarda un centro diurno educativo specialistico rivolto a ragazzi fino ai vent’anni, con l’obiettivo di seguire circa 150 giovani ogni anno. Tra i primi destinatari figurano minori provenienti dall’area penale, in collaborazione con il Centro di giustizia minorile, e adolescenti che i reparti di neuropsichiatria faticano a intercettare con sufficiente tempestività.
Non è soltanto una riorganizzazione logistica. Segna un passaggio da un modello prevalentemente residenziale a un presidio capace di lavorare nel tessuto cittadino, accanto a famiglie, scuole e servizi. Per Luca, il ragazzo immaginato in queste pagine, potrebbe fare la differenza incontrare una porta aperta prima che un disagio diventi espulsione scolastica, denuncia o ricovero d’urgenza.
Naturalmente, sarebbe ingiusto presentare un centro come la soluzione totale. Centocinquanta percorsi l’anno sono una possibilità concreta, non una risposta sufficiente per ogni bisogno di Milano. Servono risorse pubbliche stabili, educatori formati, supporto psicologico e sanitario, case accessibili, scuole capaci di non espellere le difficoltà. Il lascito di Don Mazzi sta proprio nel rifiuto di delegare tutto a una sola struttura carismatica.
Il titolo del suo libro, Voglio ancora cambiare il mondo, oggi suona quasi come una provocazione contro il cinismo. Non suggerisce che un individuo possa davvero trasformare il mondo con la sola volontà. Invita a non usare la complessità come alibi per l’immobilità. A 96 anni, i suoi sogni non erano quelli di chi immagina un futuro perfetto; erano legati a un luogo concreto, a ragazzi concreti, a un servizio che continuasse anche oltre la sua presenza.
La sua storia può parlare anche a chi legge poco saggio sociale e cerca semplicemente un modo per rallentare, fare ordine nelle domande, ritrovare attenzione. In questo senso, possono affiancarsi letture come i libri sul respiro e sulla calma senza esoterismo: non come scorciatoie per risolvere sofferenze complesse, ma come esercizi di presenza in un tempo che spinge continuamente altrove.
Don Mazzi ha lasciato una figura controversa, generosa, spesso spigolosa. Ha ricordato che trasformare il mondo non significa avere una risposta per tutto: significa decidere, ogni volta, di non considerare nessuno definitivamente perduto.
Quando è morto Don Antonio Mazzi?
Don Antonio Mazzi è morto a Milano il 31 luglio 2026, all’età di 96 anni.
Che cos’è Exodus, la comunità fondata da Don Mazzi?
Exodus è una rete di realtà educative nata negli anni Ottanta per accompagnare giovani in situazione di fragilità, dipendenza ed emarginazione attraverso percorsi di relazione, responsabilità e reinserimento.
Che cosa fu la prima Carovana di Exodus?
Nel 1985 quattordici ragazzi e sei educatori viaggiarono per nove mesi in bicicletta e camper attraverso l’Italia. L’esperienza usava il viaggio come occasione educativa e di rinascita personale.
Che cosa significa la regola dell’aquilone di Don Mazzi?
È l’idea che un figlio o un ragazzo debba essere accompagnato verso l’autonomia: mantenendo un legame affidabile, ma senza trasformare la protezione in controllo soffocante.