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Premio Strega 2026: cinquina, vincitore e candidati

26 juin 2026 21 min de lecture Mis a jour 27 juin 2026

In breve

  • Premio Strega: ottantesima edizione, con una dozzina di candidati selezionati tra 79 romanzi e una giuria ampia che mescola Amici della domenica, scuole, lettori forti e istituti di cultura all’estero.
  • La cinquina dei finalisti viene scelta il 3 giugno, il vincitore proclamato l’8 luglio in Campidoglio, nel cuore di Roma.
  • Nella dozzina convivono scrittori affermati (Michele Mari, Bianca Pitzorno, Teresa Ciabatti, Ermanno Cavazzoni) e voci più giovani come Nadeesha Uyangoda ed Elena Rui.
  • I libri in gara attraversano storia, memoria, noir, saghe familiari, follia, migrazioni e adolescenze difficili: uno spaccato della letteratura italiana di oggi.
  • Accanto al premio principale corre il Premio Strega Europeo, che porta in Italia autori come Natacha Appanah, Leila Guerriero, Isabella Hammad, Tonio Schachinger, Yael Van der Wouden.
  • Oltre alla dozzina ufficiale emergono alcuni esclusi molto interessanti, da tenere d’occhio se cerchi letture meno scontate.

Premio Strega 2026: come funziona la dozzina, la cinquina e il meccanismo del vincitore

Se ti è capitato di entrare in libreria a primavera, avrai notato come il tavolo delle novità si trasformi in una piccola vetrina dedicata al Premio Strega. Ogni anno si ripete lo stesso rito: una lunga lista di proposte, la famosa “dozzina”, la scrematura fino alla cinquina dei finalisti e, alla fine, il nome del vincitore annunciato in diretta tv. Capire come funziona il premio aiuta anche a orientarsi tra i tanti libri di cui si parla.

Tutto parte dagli Amici della domenica, una giuria storica fatta di critici, editor, studiosi, scrittori, intellettuali. Sono loro a proporre i titoli in gara: quest’anno erano 79 i romanzi segnalati, un bel mare in cui è facile perdersi se non hai una bussola. Dal lavoro di selezione nasce la dozzina, i 12 candidati che si contenderanno l’accesso al turno successivo.

La dozzina è il momento in cui il lettore curioso può iniziare a farsi un’idea del panorama: chi sta lavorando bene nella letteratura italiana, quali case editrici rischiano, quali temi ricorrono. È anche la fase in cui si accendono i pronostici, ma è utile ricordare che la storia del premio è piena di sorprese: non sempre il nome più chiacchierato arriva al traguardo.

Il 3 giugno arriva il secondo scarto: dalla dozzina si passa alla cinquina (talvolta, in casi particolari previsti dal regolamento, a una “sestina”). Si tratta dei finalisti che sfileranno poi nelle ultime presentazioni, nei festival, nei circoli di lettura, diventando di fatto i cinque romanzi più esposti del momento. Per un autore, ma anche per un piccolo editore, è il punto in cui la candidatura può davvero cambiare la visibilità di un libro.

Il voto che decide chi entra nella cinquina e chi, tra i cinque, sarà il vincitore non è in mano solo agli addetti ai lavori. In tutto sono 700 aventi diritto: 400 Amici della domenica, 245 votanti dall’estero selezionati tramite gli Istituti italiani di cultura, 25 voti collettivi da scuole, università e gruppi di lettura, più 30 lettori forti scelti nel mondo delle professioni e dell’imprenditoria. Questo mescola sguardi diversi: chi vive di libri, chi li studia, chi li adotta in classe, chi legge per passione la sera dopo il lavoro.

Per te lettore, questo significa una cosa semplice: il Premio Strega non è il verdetto di una cricca ristretta, ma il risultato di molti gusti che si incrociano. Non equivale a una garanzia assoluta – nessun premio lo è – ma è un buon filtro se hai poco tempo e vuoi capire quali scrittori stanno segnando l’anno.

La stagione si chiude l’8 luglio con la serata finale in Campidoglio, a Roma. Il luogo non è un dettaglio di scenografia: l’ottantesimo anniversario del premio torna così nel cuore della città dove la manifestazione è nata, legando ancora una volta la narrativa al racconto pubblico del Paese. Mentre scorrono i voti, ci si chiede sempre se prevarrà il romanzo storico, quello più sperimentale, la saga familiare, o magari il sottile noir italiano che lavora in punta di penna.

In questa cornice, la domanda vera che ci si può porre è: quanto il meccanismo della dozzina e della cinquina corrisponde a ciò che i lettori leggono davvero? La risposta, probabilmente, sta nel modo in cui il premio riesce ogni anno a far uscire dai radar nomi che altrimenti resterebbero confinati a pochi. Ed è qui che diventa interessante entrare nel dettaglio dei romanzi in gara.

Table de présentation avec livres empilés et médaille littéraire, ambiance prix

La dozzina del Premio Strega 2026: panoramica su libri e scrittori

La dozzina del Premio Strega 2026 è una fotografia piuttosto nitida di come si sta muovendo oggi la narrativa italiana. Ci sono maestri riconosciuti, firme a metà del percorso e voci che portano nel premio biografie e sguardi non scontati. Più che un elenco, vale la pena guardare alla costellazione che nasce dall’insieme.

Cominciamo da Nadeesha Uyangoda con “Acqua sporca” (Einaudi). Il romanzo intreccia la storia tormentata dello Sri Lanka con una provincia italiana tutt’altro che cartolina. Quattro donne percorrono sentieri di rancore e rabbia mentre provano, ostinatamente, a tornare “a casa”, qualunque cosa questa parola significhi per chi ha vissuto lo sradicamento. È un libro per chi cerca una letteratura che parli di razza, migrazioni e identità senza vocabolario didascalico. Potrebbe risultare meno adatto a chi preferisce narrazioni più rassicuranti e lineari.

Di segno diverso, ma non meno incisivo, Michele Mari con “I convitati di pietra” (Einaudi) riporta al centro il tema dell’amicizia maschile e dei patti che si fanno da ragazzi. Una classe, la terza A, e un “patto sciagurato” firmato dopo la maturità: trent’anni dopo, quella promessa diventa una sfida spietata per un premio e, insieme, uno specchio dei desideri non detti. Per chi ama la prosa colta, ironica, piena di rimandi letterari, è una festa; chi cerca una storia “tirata dritta” potrebbe trovarlo più impegnativo.

Con “Storia di un’amicizia” (Quodlibet) Ermanno Cavazzoni porta al premio il legame con Gianni Celati. Più che un ricordo malinconico, è una cavalcata tra personaggi strambi, incontri, passioni, in cui il confine tra realtà e invenzione è volutamente sfumato. Lo stile surreale di Cavazzoni non è per tutti, ma può essere un colpo di fulmine per chi ama le scritture che non rassicurano e aprono varchi.

Marco Vichi, noto ai tanti lettori dei gialli del commissario Bordelli, spiazza con “Occhi di bambina” (Guanda). Siamo nel 1985, seguendo Arianna, sette anni, costretta a scegliere tra la madre e la nonna. Invece dell’indagine, qui c’è lo sguardo di una bambina che decifra gli adulti, i loro segreti, le loro ferite. È un romanzo che può parlare a chi ama i racconti di formazione e le saghe familiari; chi si aspetta il ritmo serrato del poliziesco rimarrà sorpreso, nel bene o nel meno bene.

Tra storia e invenzione si muove Matteo Nucci con “Platone. Una storia d’amore” (Feltrinelli). Non un saggio accademico, ma un romanzo che segue Platone lungo viaggi, amori, incontri con Socrate, guerre e disillusioni. L’idea è mostrare la filosofia non come materia da esame, ma come traccia viva di domande su giustizia e felicità. È una buona porta d’ingresso per chi teme i “mattoni” filosofici, meno per chi cerca una trama puramente narrativa senza digressioni.

A metà tra biografia romanzata e mosaico sentimentale, Elena Rui in “Vedove di Camus” (L’Orma) racconta le quattro donne che hanno amato Albert Camus e si ritrovano, dopo la sua morte improvvisa nel 1960, a fare i conti con un lutto e con il peso di aver condiviso lo stesso uomo. È una di quelle storie che attirano chi ama i romanzi letterari, pieni di riferimenti, e respingono chi diffida delle narrazioni che ruotano attorno a figure celebri.

Alcide Pierantozzi con “Lo sbilico” (Einaudi) porta invece il lettore dentro una crisi mentale, raccontata dall’interno. Paure, allucinazioni, pensieri ossessivi: è la cronaca di un equilibrio che si spezza e tenta di ricomporsi. Non è una lettura leggera, e tocca temi sensibili legati alla salute mentale, ma proprio per questo può parlare a chi cerca nella letteratura un modo per riconoscere e nominare il disagio.

Con “La rosa inversa” (Sellerio), Maria Attanasio torna alla Sicilia, alle sue carte d’archivio, all’intreccio tra storia e impegno civile. Un uomo del primo Novecento trova il manoscritto del barone Ruggero Henares e, attraverso la sua voce, si apre un Settecento di esilio, logge segrete, amicizia con Cagliostro, tentativi di rinnovamento sociale. È un libro per chi ama il romanzo storico d’autore, con lingua densa e attenzione alla memoria collettiva.

Teresa Ciabatti con “Donnaregina” (Mondadori) si muove in un territorio che le è congeniale: famiglia, memoria, ferite. Qui lo fa attraverso una giornalista alle prime armi che si trova a intervistare un boss feroce e, insieme, vulnerabile. Il crimine è lo sfondo, il cuore è il rapporto tra generazioni, tra ciò che è stato taciuto e ciò che torna a galla. Per chi apprezza le atmosfere borderline tra confessione e romanzo, è un’ottima candidata alla cinquina.

Con “Lina e il sasso” (La Nave di Teseo), Mauro Covacich mette al centro una bambina di nove anni, una periferia romana umida e sfilacciata, e Max, il nuovo compagno della madre, scrittore in crisi. Le relazioni fragili che li circondano rischiano di saltare da un momento all’altro. È la scelta giusta se cerchi una scrittura nervosa e contemporanea, meno se ti restano difficili le storie in cui “non succede” qualcosa di plateale, ma la tensione sta tutta nei dettagli.

Bianca Pitzorno, amata da generazioni di lettori per ragazzi, con “La sonnambula” (Bompiani) firma un romanzo per adulti che resta vicino ai temi a lei cari: crescita, libertà, destino femminile. Ofelia, protagonista dotata di misteriosi svenimenti che sembrano premonizioni, fugge da un matrimonio pericoloso e si reinventa in Sardegna come “sonnambula” professionista, finché realtà e presagi si mescolano troppo. Chi cerca un tocco di fantastico legato a temi sociali troverà terreno fertile.

Chiude la dozzina Christian Raimo con “L’invenzione del colore” (La Nave di Teseo). Un professore cinquant’enne sogna il padre morto e da lì parte un’indagine affettiva che si intreccia con la storia del cinema e della Technicolor. È un romanzo che parla di famiglia, lavoro, trasformazioni sociali e contraddizioni urbane. Perfetto se ami i libri che mischiano autobiografia e saggismo, meno se cerchi solo evasione.

Questa dozzina, nel complesso, fa emergere una tendenza: la letteratura del premio oggi ama guardare alle ferite – personali, storiche, politiche – ma lo fa con strumenti diversi, oscillando tra memoria, realismo, sperimentazione e, ogni tanto, un’ombra di noir.

Cinquina del Premio Strega 2026: scenari, pronostici e cosa aspettarsi dai finalisti

Arrivati al momento della cinquina, molti lettori si chiedono: da dove cominciare, se non ho tempo o voglia di leggere tutta la dozzina? Qui entrano in gioco le dinamiche del voto, ma anche i gusti del pubblico che, di solito, spinge in avanti alcuni candidati più di altri.

Storicamente la cinquina del Premio Strega cerca un equilibrio. Di solito trovi almeno:

  • un romanzo storico o che lavora sulla memoria collettiva;
  • una voce sperimentale o più “di ricerca”;
  • uno sguardo forte sulla contemporaneità (migrazioni, periferie, politica);
  • una storia di famiglia o di formazione che parla trasversalmente a molti lettori.

Se applichi questa lente alla dozzina di quest’anno, è facile immaginare alcune possibili linee. “La rosa inversa” di Attanasio e “Platone. Una storia d’amore” di Nucci coprono la dimensione storica e filosofica. “Lo sbilico” rappresenta la parte più radicale nell’esplorare la mente. “Acqua sporca” e “Lina e il sasso” sono le ipotesi più forti lato presente: migrazioni, provincia, periferie, fratture.

Una cinquina probabile, ragionando da banco di libreria e non da oracolo, includerebbe almeno un nome già riconosciuto (Mari, Ciabatti, Pitzorno), una o due scelte che raccontano l’Italia di oggi (Uyangoda, Covacich), e uno spazio per la tradizione storico-letteraria (Attanasio, Nucci). Il gioco dei pesi tra grandi gruppi editoriali e sigle medie, però, può sempre spostare gli equilibri.

Per te, più che indovinare il vincitore, ha senso capire quale tipo di libro corrisponde al tuo momento di lettura. Vuoi una storia che ti trascini per mano nel passato? Allora “La rosa inversa” o “La sonnambula” sono buoni candidati personali, al di là della cinquina ufficiale. Cerchi una voce nuova che parli di identità in modo diretto? “Acqua sporca” può essere il tuo biglietto d’ingresso nella narrativa di Uyangoda.

Un criterio utile è chiedersi quanto un autore abbia già orbitato attorno al premio. Nucci è arrivato in cinquina altre volte, Ciabatti è stata finalista, Vichi è molto letto ma mai troppo “premiato”. Questa storia pregressa non determina il risultato, ma influenza le attese: la giuria potrebbe scegliere di riconoscere un percorso lungo oppure di spingere una voce più sorprendente.

C’è poi una tendenza da non sottovalutare: l’attenzione per i romanzi che dialogano con altri linguaggi. “L’invenzione del colore” ha al centro il cinema; “Lo sbilico” lavora su forma e ritmo quasi come una lunga sequenza visiva; “Vedove di Camus” si confronta con la biografia letteraria. In un mercato in cui il libro è spesso pensato anche per un futuro adattamento, sono elementi che pesano, anche se nessuno lo ammetterà apertamente.

In sintesi, la cinquina del Premio Strega 2026 sarà probabilmente meno “spettacolare” di certe edizioni passate e più coerente con un panorama di letteratura che preferisce scavare nella complessità invece che puntare sul colpo di scena. È una buona notizia se ami le letture che restano nel tempo più che quelle che brillano solo per una stagione.

Il bello, alla fine, è che puoi costruire la tua personale cinquina scegliendo cinque titoli dalla dozzina che senti vicini. Il premio decide un solo vincitore, ma per un lettore curioso non c’è nulla di male nell’avere più libri “vincitori” nello stesso anno.

Premio Strega Europeo 2026: finalisti, temi e dialogo con la narrativa italiana

Accanto al premio principale scorre, più silenzioso ma non meno interessante, lo Strega Europeo. È il ramo del premio letterario dedicato ai romanzi stranieri pubblicati in italiano, scelti da una giuria di autori italiani che hanno già conosciuto l’avventura dello Strega come vincitori o finalisti. È un’ottima occasione per allargare lo sguardo oltre i confini e capire che tipo di storie arrivano da fuori.

Quest’anno i cinque candidati europei raccontano mondi diversi, ma hanno un filo comune: il confronto con la violenza, fisica o simbolica, e la ricerca di uno spazio per sé. Natacha Appanah, con “La notte nel cuore” (Einaudi), ricostruisce la vicenda di tre donne coinvolte in relazioni violente, compresa se stessa. Non c’è compiacimento nella sofferenza; c’è piuttosto il tentativo di capire come si arrivi a tollerare l’intollerabile, e quanto sia difficile uscirne.

Leila Guerriero in “La chiamata. Storia di una donna argentina” (SUR) riporta al centro gli anni della dittatura argentina attraverso la figura di Silvia Labayru, rapita, torturata, tenuta prigioniera e poi liberata tra sospetti e accuse. È un libro che parla di memoria, responsabilità, giustizia tardiva. Per un lettore italiano, tocca un nervo simile a tanti romanzi sul nostro passato politico, ma lo fa con uno stile netto, quasi chirurgico.

Da un’altra latitudine arriva Isabella Hammad con “Entra il fantasma” (Marsilio). Sonia, attrice londinese, raggiunge Haifa e partecipa a una produzione di Amleto in Cisgiordania. Nella trama teatrale si specchiano tensioni politiche, identitarie, familiari. È il tipo di libro che puoi consigliare a chi ama le storie in cui arte e realtà si rifrangono l’una nell’altra, mentre può risultare ostico a chi desidera una narrazione più lineare.

Tonio Schachinger, con “In tempo reale” (Sellerio), porta nella gara un adolescente chiuso in un collegio d’élite dove le regole sono soffocanti. Till trova rifugio in un videogioco online, costruendo una vita parallela che a un certo punto diventa più reale del reale. Se segui da vicino le nuove narrazioni sulla tecnologia e il gaming, riconoscerai qui un terreno familiare, raccontato però con una scrittura letteraria, non da manuale sociologico.

Chiude la cinquina europea Yael Van der Wouden con “Estranea” (Garzanti). Isabel vive in una casa perfetta e isolata; l’arrivo di Eva, fidanzata del fratello, incrina le apparenze e riporta in superficie segreti legati all’abitazione e al passato. È una storia che gioca con i codici del gotico domestico e del thriller psicologico, in sintonia con certa narrativa che negli ultimi anni ha contaminato noir, romanzo psicologico e dramma borghese.

Lo Strega Europeo funziona da specchio: mostra come la letteratura continentale stia affrontando nodi simili a quelli che compaiono nei libri della dozzina italiana – trauma, violenza, identità – ma con sfondi politici e storici diversi. Se ti piace alternare scrittori italiani e stranieri, questa cinquina è una scorciatoia per scegliere titoli che hanno già passato un primo vaglio qualitativo.

Un altro aspetto interessante è la centralità delle traduzioni: ogni romanzo è affidato a una voce italiana, da Cinzia Poli a Maurizia Balmelli, che diventa coautrice invisibile dell’esperienza di lettura. Anche questo dice qualcosa sul panorama del premio letterario: riconoscere il ruolo di chi porta in un’altra lingua storie nate altrove.

Guardando insieme premio principale e Europeo, viene spontaneo vedere una mappa più ampia. Non ci sono solo i nostri “classici del futuro”, ma dialoghi possibili con libri che arrivano dalla Francia, dall’Argentina, dal mondo arabo, dall’Austria, dai Paesi Bassi. In un anno in cui in molti si sentono chiusi dentro le proprie bolle, questa doppia selezione è un invito ad allargare i confini dello scaffale.

Esclusi di lusso e altri candidati da non perdere fuori dalla cinquina

Ogni annata dello Strega lascia sul campo candidati che non entrano nella dozzina o nella cinquina, ma che meritano una seconda occhiata. Per un lettore, questo è il terreno perfetto per scoprire libri meno esposti, spesso più liberi, a volte più radicali.

Tra questi, Orazio Labbate con “Chianafera” (NN Editore) è una proposta forte per chi ama le atmosfere oniriche e oscure. Un manicomio siciliano, un diario magico, la fuga verso un luogo chiamato Chianafera, incontri con figure archetipiche come la Sfinge e il Doppio: sono ingredienti che parlano a chi cerca una narrativa che sfiora l’horror metafisico. Se sei abituato ai gialli più tradizionali, potresti trovare questa scrittura più spiazzante che confortante.

Cosimo Damiano Damato con “Nessuna grazia. Gramsci e Pertini, una storia di prigionia e resistenza” (Rai Libri) riporta il focus sul carcere di Turi nel 1930. L’incontro tra Gramsci, Pertini e altri detenuti politici diventa occasione per raccontare la repressione fascista attraverso vite chiuse tra quattro mura. Se hai interesse per la storia del Novecento italiano, questo libro è un tassello prezioso; chi invece rifugge dai testi storici potrebbe trovarlo più faticoso.

In un registro diverso, Vanni Santoni con “Il detective sonnambulo” (Mondadori) porta a Parigi Martino, alla ricerca di Johanna, scomparsa nel nulla. Insieme all’anarchica Tanya, insegue per l’Europa un milionario misterioso legato alla ragazza. Tra indagine e quadrilatero amoroso, è un romanzo che flirta con il giallo e con la commedia sentimentale, ideale per chi ama i libri ibridi che non rinunciano al ritmo.

“La fabbrica e i ciliegi” di Tommaso Giagni (Ponte alle Grazie) affronta il tema delle disgrazie industriali tramite la SLOI di Trento. Cesare scopre che il padre non è morto per malattia ma per avvelenamento sul lavoro. Tornare nei luoghi dell’infanzia significa allora confrontarsi con archivi, testimoni, e un passato collettivo rimosso. È un romanzo che dialoga bene con chi cerca storie sul rapporto tra lavoro, corpo, territorio.

Nel campo del contemporaneo “digitale” spicca Lavinia Bianca con “La vita potenziale” (Gramma Feltrinelli). La protagonista, segnata da un lutto e da un’adolescenza complicata, crea alter ego online per avere un controllo che la vita reale non le concede. Quando desideri e corpi concreti bussano alla porta, il mondo virtuale sembra più sicuro. Se ti interessa capire come i social cambino il modo di stare al mondo, questo libro è un buon specchio.

Valerio Callieri in “AS3” (Fandango Libri) ci porta nel carcere di Rebibbia, dentro le storie di Anna e di altre due detenute. I loro racconti, intrecciati, diventano una riflessione sul crimine, sulla colpa e sul tentativo di spiegarsi a chi sta fuori, a partire dalla figlia. Non è una lettura leggera, ma può essere importante per chi cerca nella letteratura uno sguardo onesto su mondi spesso raccontati solo attraverso la cronaca.

Marcello Fois con “L’immensa distrazione” (Einaudi) sceglie la forma della voce postuma: Ettore Manfredini, dopo la morte, ripercorre ascesa e caduta della sua famiglia emiliana che, partendo da un mattatoio, costruisce un piccolo impero. Gioie, segreti, rimozioni: il romanzo familiare qui diventa anche un discorso sul capitalismo italiano. Per chi ama le saghe costruite con pazienza, è una proposta da mettere in lista.

Infine Laura Marzi con “Stelle cadenti” (Mondadori) riporta gli anni novanta a Torino, attraverso lo sguardo di Ludovica ed Edoardo, figli di un politico DC travolto da Mani Pulite. È una storia di vergogna, solitudine, caduta del mito paterno. Chi ha vissuto da giovane quel periodo ci ritroverà pezzi di memoria; chi ne ha solo sentito parlare potrà usarlo come finestra narrativa.

Questi libri mostrano quanto il perimetro dello Premio Strega sia più ampio della sola dozzina o cinquina. Se ti piace esplorare, non fermarti alla lista ufficiale: spesso, dietro gli esclusi, si nascondono alcune delle letture più sorprendenti dell’anno, sia che tu frequenti il noir, la saga familiare o il romanzo politico.

Premio Strega 2026 in un colpo d’occhio: date, numeri e informazioni pratiche

Per orientarti tra tutte queste informazioni, può essere utile avere una piccola mappa. Ecco una sintesi dei punti principali dell’edizione 2026 del Premio Strega, così puoi segnarti in agenda quel che ti interessa seguire più da vicino.

Elemento Dettaglio 2026
Edizione del premio Ottantesima edizione dello storico premio letterario italiano
Romanzi proposti 79 titoli iniziali segnalati dagli Amici della domenica
Dozzina 12 candidati selezionati per la semifinale
Cinquina 5 (eventualmente 6) finalisti scelti il 3 giugno
Votanti totali 700 aventi diritto tra giurati storici, scuole, lettori forti e istituti di cultura
Finale Strega Europeo 17 maggio, presso la Fondazione Circolo dei lettori di Torino
Proclamazione vincitore Strega 8 luglio, Campidoglio (Roma), con diretta e serata conclusiva

Se ti interessa seguire il percorso completo, puoi pensare alla stagione del premio come a un piccolo calendario personale di lettura. Da aprile a luglio, basta alternare uno o due titoli della dozzina, magari affiancandoli a un libro della cinquina dello Strega Europeo, e avrai attraversato una buona fetta di ciò che quest’anno conta nella letteratura di casa e d’adozione.

Per molti lettori, il nome del vincitore è quasi secondario rispetto al piacere di discutere, confrontarsi, non essere d’accordo con la giuria. E in fondo è questo il lato più vivo del premio: non tanto dire quale romanzo “vale di più”, ma usare questa grande macchina mediatica per rimettere al centro l’unica domanda che conta davvero al bancone di una libreria: “Che cosa ti andrebbe di leggere adesso?”

Come scegliere da dove iniziare tra i candidati del Premio Strega 2026?

Il modo più semplice è chiederti che tipo di storia ti serve in questo momento: se vuoi un romanzo storico impegnato, orientati verso titoli come La rosa inversa o La sonnambula; se preferisci il contemporaneo, prova Acqua sporca o Lina e il sasso; se cerchi qualcosa di più sperimentale, Lo sbilico o L’invenzione del colore sono scelte naturali. Non è necessario seguire l’ordine della dozzina o della cinquina: il premio è un pretesto, non un programma obbligatorio.

Il vincitore del Premio Strega è sempre il libro migliore dell’anno?

No, il Premio Strega è il risultato di un voto collettivo, non un giudizio assoluto. Riflette gusti, equilibri editoriali, sensibilità del momento. Può segnalare un romanzo importante, ma non esaurisce il valore degli altri finalisti o esclusi. Per questo molti lettori costruiscono una propria cinquina personale e scoprono spesso che il libro che li ha colpiti di più non è quello premiato in Campidoglio.

Che differenza c’è tra Premio Strega e Premio Strega Europeo?

Il Premio Strega principale riguarda romanzi scritti in italiano da autori italiani, mentre lo Strega Europeo è dedicato a opere straniere tradotte in italiano. Il primo racconta lo stato della narrativa nazionale, il secondo apre una finestra sulla letteratura internazionale recente, valorizzando anche il lavoro dei traduttori. Seguirli insieme permette di confrontare temi, stili e sensibilità tra Italia e resto d’Europa.

I libri del Premio Strega sono adatti a tutti i lettori?

Non sempre. Molti romanzi in gara affrontano temi complessi: lutto, violenza, salute mentale, storia politica. Alcuni hanno una scrittura ricercata e possono risultare ostici a chi legge saltuariamente o cerca solo intrattenimento leggero. È utile informarsi sul contenuto e sullo stile prima di scegliere, magari leggendo estratti o pareri di chi ha gusti simili ai tuoi.

Ha senso leggere anche gli esclusi dalla dozzina o dalla cinquina?

Sì, spesso proprio tra gli esclusi si trovano libri sorprendenti. La selezione del premio è per forza di cose parziale e lascia fuori opere valide per motivi di numero, non di qualità. Se un romanzo o un autore ti incuriosiscono, vale la pena seguirli a prescindere dall’esito del premio: il tuo scaffale non deve per forza coincidere con quello della giuria.