M. Il figlio del secolo
Affrontare 'M. Il figlio del secolo' incute timore. Più di ottocento pagine per narrare la vertiginosa ascesa di Benito Mussolini dal 1919 al 1925, anno dell'instaurazione della dittatura dopo il delitto Matteotti. Ma bastano pochi capitoli per rendersi conto che Antonio Scurati ha compiuto un miracolo narrativo: ha preso la Storia, quella polverosa dei manuali, e l'ha trasformata in un thriller politico ad altissima tensione, senza inventare un solo fatto o manipolare i documenti dell'epoca.
La scrittura adotta il presente storico, una scelta che scaraventa il lettore nel fango delle trincee, nel fumo delle redazioni e nella violenza cieca delle squadre d'azione. Scurati non giudica moralmente dall'alto: lascia che sia l'oscena evidenza dei fatti a parlare. Vediamo Mussolini nella sua mediocrità opportunista, nella sua fame di potere erotico e politico, ma ne percepiamo anche la spaventosa capacità di sintonizzarsi con la pancia profonda di una nazione esausta e ferita.
“Noi siamo le macerie della storia, ma su queste macerie costruiremo il nostro tempio.”
— Benito Mussolini
Il romanzo è sorretto da una prosa barocca, densa, quasi carnale. Le figure dei comprimari (da Margherita Sarfatti a D'Annunzio, fino al tragico Giacomo Matteotti) brillano di luce propria. Questo libro non è solo una lezione di storia necessaria, ma una riflessione epocale su come la democrazia possa suicidarsi nell'indifferenza generale. Un'opera monumentale che rimarrà.
Cosa ci ha convinto
- Rigore storico assoluto unito a un ritmo da thriller
- La prosa potente e muscolare di Scurati
- La ricostruzione psicologica del protagonista senza alcuna mitizzazione
Cosa lascia perplessi
- La mole del volume può spaventare il lettore occasionale
- Alcuni capitoli intermedi sulla politica interna rallentano la tensione
Il Verdetto di forEva
Un'opera epocale che ridefinisce il romanzo storico contemporaneo. Necessario per capire da dove veniamo e per vigilare su dove stiamo andando.